«Fa’ che il cibo sia la tua medicina e che la medicina sia il tuo cibo» diceva Ippocrate. Irene Luzi, igienista naturale, psicoterapeuta ed “eco-psicologa” ne ha fatto il suo motto, come racconta in questa intervista.
«Ti trovo dimagrito, come stai bene!» è probabilmente una delle frasi più ricorrenti che alcune persone vorrebbero sentirsi dire, come se quella del dimagrimento fosse un’impellenza urgente per la società moderna. Il tempo dei social media ha contribuito a portare alla ribalta l’importanza dell’aspetto estetico, che si rifà a canoni e standard di magrezza, talvolta anche eccessiva e necessità di apparire belli, in forma, attenzione però, abbiamo spostato il focus dell’importanza proprio sull’apparire, allontanandoci dal sentire e, forse, non è un caso se oggi più che mai sono in aumento vertiginoso disturbi del comportamento alimentare (anoressia e bulimia in primis, ma non solo), che sempre più riguardano persone giovani e giovanissime.
Il tema dell’alimentazione è quindi oggi più che mai rilevante per la società moderna. Migliaia di regimi alimentari diversi sono seguiti da moltissime persone ogni giorno, per riuscire a raggiungere l’obiettivo del tanto agognato dimagrimento. Ma se provassimo a cambiare il paradigma? Se la smettessimo, anche solo per un attimo, di associare il cibo ad etichette come “magro” o “grasso” e ci limitassimo ad osservarlo con uno sguardo nuovo, diverso, sicuramente più maturo, pensandolo in chiave “cibo sano” e “cibo insano”?
Se smettessimo di pensare di dover per forza seguire quel regime alimentare e provassimo ad andare a fondo di quella punta dell’iceberg per tornare davvero in connessione con il nostro corpo? È una sfida motivante e per riuscire in questa impresa ardua ma necessaria abbiamo intervistato Irene Luzi, eco-psicologa, psicoterapeuta e igienista naturale, da qualche mese in libreria con il libro “La svolta vegetale” (Longanesi, 2024).
Lei ha fatto un viaggio in Amazzonia: come l’ha cambiata? Cosa le ha trasmesso?
Il viaggio in Amazzonia è stato un grande dono che ho trovato sul mio percorso. Immaginate una giovane donna appena laureata in psicologia, formatasi secondo i dogmi e i dettami accademici che prevedono il lavoro su diagnosi e inquadramenti, incasellamenti tipici del mondo occidentale. Trovarsi immersi in una società come quella dell’Amazzonia mi ha permesso di riappropriarmi di parti di me che avevo in parte messo a tacere, sto parlando della sensorialità, dell’intuito, della percezione e del collegamento alla natura che oggi posso dire con fermezza è alla base di ogni processo curativo. Avevo scelto di diventare psicologa per “curare” le persone, mi sono accorta che stavo curando solo le loro menti, non mi stavo prendendo cura delle persone stesse in maniera completa. I miei studi erano parziali e mi sono accorta che rispecchiavano una visione anche arrogante, di chi pensava di aver compreso tutto e poter avere sempre la risposta giusta. Mi sono accorta che non era così, che non solo non potevo comprendere tutto, ma addirittura non c’era niente da capire. Ogni persona è un viaggio da vivere ed affrontare e solo il protagonista può farlo per sé, noi possiamo solo accompagnarla nel processo. Posso dire che in Amazzonia ho gettato il primo seme, ho iniziato a chiedermi se potevo curarmi solo della mente per prendermi cura di una persona, tralasciando altri aspetti che oggi comprendo siano fondamentali, come il corpo e lo spirito. In Amazzonia mi sono ricordata che la radice di psicologia deriva dal greco “psyché” che significa “anima, spirito” e mi sono accorta che avevo perso nel percorso la mia capacità di vedere l’anima delle persone, limitandomi alla mente.
Nel libro e nel suo lavoro parla di “ben-essere”: come lo intende oggi?
“Ben-essere” significa per me coltivare tante piccole pratiche quotidiane, a partire dal proprio piacere e dal proprio sentire. Siamo abituati a pensare in grande, agire in grande e spesso dimentichiamo che sono le piccole abitudini che richiamano mente, corpo e spirito a donarci “ben-essere”. Sperimentare “ben-essere” significa non andare alla ricerca spasmodica di eventi catartici, enormi, che ci cambino la vita, serve piuttosto costanza nell’agire quotidiano, in piccole, minuscole pratiche. Mi piace ricordare che non dobbiamo sempre ricercare l’evento “wow!”, quello è deleterio. Dobbiamo imparare a portare avanti le nostre piccole pratiche nelle nostre giornate, anche in quelle meno piacevoli, in quelle in cui le avversità sembrano prendere il sopravvento. Comprendere che le nostre piccole pratiche ci aiutano e soddisfano i nostri bisogni, quindi procedere senza giudicarsi.
Tra alimentazione e “ben-essere” esista un’attinenza?
Esiste un legame fortissimo. Per scoprirlo non sono partita dalla teoria. Mi sono accorta prima a partire da ciò che succedeva a me, ma poi dalle consulenze che aumentando nel numero di persone che incontravo, mi indicavano questa via. Vedevo le persone che si rivolgevano a me cambiare, riscontravo elementi comuni: cambiamento nell’umore, miglioramenti fisici, cambiamento sul piano energetico, cambiamento della vita nella quotidianità. Tutto questo mi ha permesso di costruire una mia “clinica”. Il cibo è la base fondamentale da cui partire, ovvio che non è l’unica ma è impensabile un concetto di salute che prescinda dal cibo.

Photo: Pexels / Nathan Cowley
Che differenza c’è tra essere sazio ed essere nutrito?
Viviamo in un’epoca in cui siamo abituati a riempire vuoti, buchi. Buchi di tempo, di relazione, di emozione, sembra che non siamo mai soddisfatti. Questo avviene anche con il cibo, soprattutto attraverso il cibo. Alimentandoci in maniera naturale e vegetale impariamo a stare bene senza dover esplodere. Comprendiamo di poter mangiare quello che desideriamo nella quantità giusta per noi e ci sentiamo nutriti, senza quella fastidiosa sensazione di sentirci scoppiare. L’aspetto importante è che questa sensazione non sopraggiunge perché ci sono state imposte delle quantità, ma saremo noi ad imparare, dall’ascolto del corpo, quando è abbastanza.
Esiste quindi una forma di intelligenza alimentare? Cosa si intende?
È’ una scoperta fatta sul campo. Mi sono accorta che più lasci libera una persona di ascoltarsi, più essa sarà in grado di accedere alla sua profonda saggezza. E ti dirò, questo non vale solo per ciò che concerne l’alimentazione, vale per ogni ambito della nostra vita. Poche prescrizioni, poche regole imposte e accompagnamento all’ascolto di sé e del proprio corpo sono per me elementi imprescindibili in un percorso di riscoperta di sé attraverso l’alimentazione. Perché questo avvenga è necessario fare attenzione alla spesa, sperimentare e con il tempo il “cibo spazzatura” non ci piacerà più. L’intelligenza alimentare emerge proprio a livello di gusto, dal palato che è “ripulito” e riconosce le sostanze che non nutrono, quindi le respinge. Non possiamo non prendere in considerazione l’idea che molti animali non mangiano oltre quando si sentono sazi, sono a un livello di connessione così profondo e di ascolto così reale di sé e del proprio corpo che non hanno bisogno di andare oltre. Noi animali umani abbiamo un po’ perso questa competenza ma possiamo riappropiarcene ed è un piacere tornare a contattarla.
La sua filosofia di approccio al “ben-essere” non riguarda solo la mente, ma la persona nella sua globalità. Lei sottolinea quanto sia meglio ascoltare il proprio corpo piuttosto che sottoporsi a una dieta imposta dall’esterno. Come è possibile questo?
C’è una frase che dico alle persone che si rivolgono a me e le lascia praticamente sbigottite: «mangia quando hai fame». Mi accorgo che le persone non sanno quando hanno fame, non riconoscono più i segnali che il corpo manda loro per comunicare il senso di sazietà. Sono piccoli segnali, il brontolio o i crampi allo stomaco sono segnali che il corpo ci invia per dirci “è il momento di nutrirsi, hai fame”. Serve fidarsi dei segnali del corpo, quei segnali reali e autentici che rimandano alla connessione con il sé. Aggiungo che avremmo bisogno di molti meno medici e medicine se accedessimo, o meglio ritornassimo, alla saggezza del nostro corpo.
I cibi che non devono mai mancare sulla nostra tavola?
Esistono dei cibi che non devono mai mancare, primo fra tutti la frutta fresca, che viene spesso demonizzata per la quantità di zucchero, soprattutto in alcuni tipi (per esempio fichi, uva e banane), ecco, la frutta è la cosa migliore che tu possa mangiare poiché non contiene solo zucchero ma anche fibre, vitamine, minerali, acqua biologica, enzimi ed antiossidanti, un cocktail meraviglioso di sostanze per noi e per il nostro “ben-essere”. Inizia con un piccolo cambiamento. Fai colazione con della frutta fresca di stagione, anche non tutti i giorni se ti sembra un cambiamento troppo radicale, ma prova a farlo e senti la differenza, è un vero toccasana. Iniziare il pasto con della verdura cruda aiuta moltissimo perché serve masticarla per bene, quindi dà più facilmente senso di sazietà, senza dimenticare che attraverso il cibo crudo vegetale introduciamo nel nostro organismo gli enzimi, con tutti i miglioramenti che questo comporta sul piano dell’apparato digerente. Non dimentichiamo che le uniche verdure che non si possono mangiare crude sono le melanzane e le patate, tutte le altre possono essere consumate anche crude, senza alcun tipo di cottura. Alle persone che si rivolgono a me dico sempre: «Mangia cibo che troveresti in natura e che soprattutto, una volta cucinato, saresti in grado di riconoscere». Faccio un esempio. Prendi un cavolfiore. Lo trovi in natura. Puoi mangiarlo in tutti i modi ma quello migliore per farlo è cucinarlo in modo che tu possa riconoscerlo come cavolfiore, crudo, al vapore, saltato in padella, in tutte queste modalità di preparazione continuerai a riconoscerlo come cavolfiore. Messo in teglia ricoperto di besciamella e altri intingoli non ti permetterà di riconoscerlo alla vista come cavolfiore.

Photo: Pexels / Fauxels
Vorrebbe aggiungere qualcosa per i nostri lettori?
Mi piacerebbe ricordare alle persone che nel tempo del “tutto e subito” serve pazienza, serve proprio allenarsi alla pazienza. I più grandi cambiamenti avvengono con un tassello piccolo, piccolissimo alla volta. A questi cambiamenti minuscoli, una volta radicati nel tempo, ne possiamo aggiungere altri, sempre a piccoli passi. Cambiare tutto insieme repentinamente non funziona, è anzi spesso una forma di autosabotaggio che mettiamo in atto per dirci “anche questa volta non ha funzionato”. Procedere per minuscoli passi permette di ascoltarsi e di aggiustare il tiro e aggiungo non cedete all’idea dei buoni propositi, sono pessimi! Serve agire, un piccolo passo, minuscolo passo, ogni giorno, con continuità e costanza. Auspico inoltre che la lifestyle medicine su cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità sta portando l’attenzione possa davvero farci comprendere che la sintomatologia che viviamo non è altro che un messaggio di disequilibrio su almeno uno dei tre piani: fattore stress, movimento, alimentazione.
Riproduzione riservata
Photo cover: Pixabay / Engin Akyurt

