Quante ore di sonno profondo, quante in fase REM, la variabilità cardiaca, i minuti di veglia accumulati. Per milioni di persone consultare un’app di monitoraggio del benessere è diventata la prima cosa da controllare al mattino.
I dispositivi wearable hanno trasformato il riposo in una performance misurabile, e dormire bene è diventato uno degli obiettivi centrali della cultura della longevità. Una ricerca portata avanti da accademici canadesi segnala però un effetto diverso: il controllo ossessivo dei dati può diventare una fonte di stress. È il paradosso dell’ortosonnia.
Il paradosso del controllo
Il termine ortosonnia, dall’inglese orthosomnia, che unisce il greco ortho (corretto) e somnia (sonno), è stato utilizzato per la prima volta nel 2017 dai ricercatori del Rush University Medical College e della Feinberg School of Medicine della Northwestern University e descrive l’ossessione per il sonno “perfetto” alimentata dai dati biometrici. A differenza dell’insonnia classica, non nasce da un disturbo del sonno in sé, ma dall’ansia generata dai dati del tracker.
La logica alla base dei dispositivi wearable è intuitiva: misurare per migliorare. E per molte persone funziona davvero. Un’indagine condotta su 1200 canadesi ha rilevato che circa un utente su cinque ha usato un dispositivo per monitorare il sonno, e tra questi quasi il 45% ha riferito effetti positivi sia sul riposo che sui livelli di stress.

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I dati della ricerca canadese mostrano però che rispetto a chi non usa tracker, gli utenti si addormentano in media 13 minuti dopo, dormono circa un’ora in meno, e presentano sintomi di insonnia più severi. Il monitoraggio si è rivelato un moderatore significativo tra ansia e durata del sonno: nelle persone ansiose, usare un tracker amplifica ulteriormente la riduzione delle ore di riposo rispetto a chi non lo usa.
Una revisione pubblicata sulla rivista “Indian Journal of Sleep Medicine” spiega come funziona questo meccanismo: l’analisi ossessiva dei dati genera uno stato di ipervigilanza che rende difficile il rilassamento e l’addormentamento. A livello fisiologico c’è un aumento della frequenza cardiaca e dei livelli di cortisolo prima di andare a letto, con un’iperattivazione delle aree cerebrali legate alla percezione della minaccia.
Il cortisolo cronicamente elevato è uno dei marcatori biologici più associati all’invecchiamento accelerato. Lo stress sostenuto nel tempo può infatti compromettere la salute cardiovascolare e deteriorare le funzioni cognitive: esattamente l’opposto di quello che si cerca di ottenere monitorando il proprio riposo.
I dati prodotti dai tracker, come le fasi del sonno, l’efficienza, e la durata, sono stime basate su accelerometri e sensori di frequenza cardiaca, non su polisonnografia. Tendono quindi a sovrastimare sistematicamente il tempo di sonno totale. Questo significa che molte persone si trovano a fare i conti con un numero che non corrisponde a come si sentono davvero, e invece di fidarsi della propria percezione soggettiva, si fidano del dispositivo.
Non solo sonno
La stessa logica, misurare per ottimizzare, per vivere meglio, si è estesa a ogni angolo della vita quotidiana. Passi, calorie, ciclo mestruale, ore di luce solare: c’è poco che non sia diventato misurabile.
In un sondaggio YouGov citato in un articolo del “The Guardian”, quasi il 40% dei britannici dichiara di possedere un dispositivo wearable. Dietro questa esplosione c’è la promessa di capire meglio la propria vita attraverso i dati per migliorarla.

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Ma come osserva Btihaj Ajana, professoressa di etica e cultura digitale al King’s College di Londra intervistata dal “The Guardian”, trasformare la propria vita in dati crea l’illusione che esista una versione perfetta di se stessi che si è sempre a un passo dal raggiungere: «C’è sempre questa sensazione di poter fare di più, fare meglio, e non finisce mai. È una ricetta per l’ansia, il disagio e l’incapacità di sentirsi mai soddisfatti».
Una terapeuta citata nella stessa inchiesta racconta che alcuni pazienti con disturbi ossessivo-compulsivi o alimentari sono diventati dipendenti dai dati di monitoraggio, arrivando a punirsi se non avevano camminato abbastanza o avevano superato una certa soglia calorica. Ma lo stesso schema può emergere anche in persone del tutto neurotipiche.
Misurare senza ossessionarsi
Questo non significa che i wearable siano inutili o dannosi in assoluto. Per chi vive con patologie croniche come diabete, apnee notturne e disturbi del sonno diagnosticati, il monitoraggio continuo può fare la differenza. E anche per chi è sano, avere qualche punto di riferimento oggettivo può aiutare a prendere decisioni più consapevoli.
Il punto è come usare questo strumento. Gli esperti di medicina del sonno indicano alcune strade: spostare l’attenzione dai punteggi giornalieri ai trend settimanali, evitare di trattare ogni notte come un esame da superare e quando necessario fare pause dal monitoraggio.
Guardare come ci si sente prima di aprire l’app rimane probabilmente l’indicatore più affidabile. E quando il dispositivo dice una cosa e il corpo un’altra, vale la pena ricordare che il tracker non sa come stai davvero.
Gary Wolf, uno dei fondatori del movimento Quantified Self, comunità internazionale di utenti e creatori di strumenti di automonitoraggio che condividono l’interesse per la “conoscenza di sé attraverso i numeri”, sottolinea nell’inchiesta del “The Guardian” quanto sia importante partire dalla domanda, non dallo strumento, altrimenti il rischio è di raccogliere dati senza scoprire nulla di importante su se stessi e di dormire peggio di prima, proprio mentre si cerca di dormire meglio.
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