Rosamaria Bruni ha più di 20 anni di esperienza in neuropsichiatria infantile e parla 5 lingue: italiano, castigliano, inglese, francese, catalano. Attualmente, dal Principato di Andorra, dove vive, si sta specializzando in psichiatria ortomolecolare e psiconutrizione, come racconta in questa intervista.
«Ogni volta che introduco un alimento, in funzione della qualità, del tipo di cottura, e dell’origine di quest’ultimo posso commettere un attentato metabolico o al contrario posso rinforzare il microbiota intestinale e pertanto il mio benessere psicofisico». Parola della dottoressa Rosamaria Bruni, che con sue ultime ricerche conferma che una dieta equilibrata può avere importanti ripercussioni sulla salute fisica, ma soprattutto su quella mentale.
Qual è stato il suo percorso professionale e cosa l’ha portata a specializzarsi in neuropsichiatria infantile?
La scelta di specializzarmi in neuropsichiatria nasce dalla seduzione che esercita su di me il cervello e il sistema nervoso. Al tempo, ancora studentessa in medicina, mi affascinava l’idea che il cervello fosse l’unico organo del nostro corpo a produrre qualcosa di intangibile, “il pensiero”. Come è possibile che da un impulso elettrochimico possa prodursi qualcosa di immateriale e così determinante per il genere umano? Questo quesito mi affascinò per anni, e lo fa tutt’oggi. Decisi di dedicarmi ai bambini perchè amo la loro ingenua coerenza, qualità che perdiamo nell’età adulta, la loro creatività, che abbandoniamo in nome di una mente razionale e scientifica, il loro linguaggio che so decifrare senza difficoltà. Prendermi cura delle loro patologie mentali mi rende partecipe di un accompagnamento terapeutico orientato alla costruzione di un loro percorso di crescita, dove il rispetto dei loro tempi di recupero e il ripristino dell’equilibrio mentale rappresentano le condizioni necessarie per la costruzione di un essere adulto sano e felice.

Rosamaria Bruni
Su cosa vertono i suoi ultimi studi, al di là dell’ambito infantile?
Sono una personalità eclettica, pertanto il mio raggio di interesse è vasto. Ultimamente mi sto perfezionando in psichiatria ortomolecolare e psiconutrizione. La psichiatria ortomolecolare, termine coniato nel 1968 dal Premio Nobel per la chimica Linus Pauling, si avvale di micronutienti e vitamine che utilizzati in dosaggi adeguati possono risolvere i disturbi psichiatrici. Non si sostituisce alla farmacologia tradizionale, al contrario in una fase iniziale si associa ad essa per poi, in funzione dell’evoluzione, procedere alla graduale sospensione del farmaco. La psiconutrizione è invece la scelta cosciente di quali alimenti scegliamo per costruire il nostro benessere psicofisico. Mangiare non significa nutrirsi, ma è un’azione epigenetica. Il cibo può essere fonte di salute o fonte di infiammazione e di conseguenza di patologia sistemica e mentale. Gli studiosi Logan e Jacka parlano di “disagi della civilizzazione” per indicare tutte quelle abitudini riconducibili allo sviluppo urbanistico che interferiscono con la salute psico-fisica, quali la diminuzione dell’attività fisica, la riduzione del sonno e indubbiamente, l’adozione di una dieta disequilibrata. Da qui la necessità, per la psichiatria nutrizionale che utilizzo come sinonimo di psichiatria ortomolecolare, di tornare all’origine, andando ad agire in modo preventivo più che curativo. È ormai appurata infatti l’esistenza di solide associazioni tra qualità della dieta alimentare e salute mentale, riportando evidenze che indicano un effetto protettivo di stili nutritivi sani sull’ umore depresso e un impatto negativo di diete malsane sulla salute mentale di giovani e di adulti.
Quindi il disequilibrio mentale può essere legato a quello fisico?
Sì, le persone con disturbi mentali sembrano presentare frequentemente situazioni di disequilibrio fisico che potrebbero essere mediate dalla nutrizione, come infiammazioni croniche di basso grado e alterato metabolismo.

Photo: Unsplash / Dan Gold
Un ultimo punto da tenere in considerazione è il fatto che, come sostenuto da Logan e Jacka, un’alimentazione sana potrebbe agire in modo preventivo non solo favorendo la salute mentale in senso stretto, in relazione cioè ai disturbi mentali diagnosticabili clinicamente, ma anche più in generale relativamente alla qualità della vita percepita. Secondo i due esperti, infatti, una dieta equilibrata potrebbe avere importanti ripercussioni positive sulla salute fisica, contrastando disagi sintomatici influenzati dalle stesse problematiche mentali, ma anche semplicemente aumentando la probabilità che un individuo rimanga fisicamente attivo.
Buone linee guida nutrizionali, in poche parole, potrebbero avviare circoli virtuosi altamente benefici. La psichiatria nutrizionale sembra abbracciare a pieno questo presupposto e sembra intenzionata a voler agire sempre più in forma preventiva piuttosto che curativa. Dato che esiste una evidente relazione tra infiammazione intestinale, alterazione del microbiota e patologia mentale, scegliere una dieta antinfiammatoria rappresenta il primo atto di cura nei confronti del nostro cervello e del nostro benessere piscofisico. Ogni volta che introduco un alimento, in funzione della qualità, del tipo di cottura, e dell’origine di quest’ultimo posso commettere un attentato metabolico o al contrario posso rinforzare il microbiota intestinale e pertanto il mio benessere psicofisico.
Quali sono le scoperte più significative sul legame tra microbiota intestinale e salute mentale?
Questa domanda meriterebbe una conferenza visto la portata dell’argomento, ma se vogliamo dare una visione esaustiva seppur sintetica rispetto alla richiesta posso enunciare almeno tre caratteristiche:
- La provata relazione dell’asse encéfalo- intestino e la complessa funzione del nervo vago.
- La relazione tra microbiota intestinale che varia in funzione della condizione fisica della persona, pertanto in caso di patologia il microbiota cambia.
- La corrispondenza tra patologia mentale e la presenza predominante di alcuni ceppi di microbiota intestinale rispetto ad altri, contribuendo ad uno stato di disbiosi.

Rosamaria Bruni
Se esaminiamo la relazione tra microbiota e patologie mentali possiamo osservare che le sequenze di DNA batterico di pazienti che presentano condizioni infiammatorie come il colon irritabile, o patologie autoimmuni come la dermatite atopica, l’artrite reumatoide, nonché disturbi mentali frequenti come il disturbo depressivo maggiore, l’ADHD (disturbo da deficit di attenzione), lo spettro autistico, anoressia e bulimia, presentano differenze quantitative e qualitative del micriobiota. Tutto ciò apre scenari terapeutici finora inusitati, se pensiamo che l’uso degli antidepressivi IRSS (Inhibitor reuptake serotonin selective) si è dimostrato molto efficace nei stati depressivi gravi, mentre si è dimostrato non più efficace del placebo negli stati depressivi iniziali e/o di grado lieve. Non da ultimo il ruolo del microbiota è stato studiato anche nella immunopatogenesi della schizofrenia. Nei soggetti affetti da schizofrenia si evidenzia un incremento della risposta immunitaria verso il glutine che troviamo nella farina bianca, alla proteina del latte caseina, nonchè la presenza del toxoplasma gondii. La continua esposizione all’antigene (glutine o caseina) comporta lo stato infiammatorio della barriera intestinale, che diventa permeabile permettendo il passaggio dei patogeni, dei peptidi tossici, e derivati batterici nel torrente sanguigno sistemico e cerebrale, cronificando lo stato di infiammazione e scatenando l’attivazione della risposta a catena dei marcatori infiammatori quali la interleukina 6 (IL6) e il tumor necrosis factor (TNf-a), pertanto il toxoplasma gondii si considera uno dei patogeni implicati nella patogenesi della schizofrenia.
In che modo le abitudini quotidiane, come l’alimentazione e lo stile di vita, possono influenzare l’espressione genetica e avere un impatto sulla salute mentale e fisica?
Tutte le azioni da noi svolte in maniera ripetuta che chiamiamo abitudini incidono sul nostro organismo e sulla nostra salute, esattamente perchè sono azioni ripetute nell’arco della nostra vita. Queste abitudini incidono sulla nostra espressione genetica da un punto di vista qualitativo, attivando o silenziando l’espressione di alcuni geni. L’epigenetica rappresenta la forma in cui l’interazione continua con l’ambiente esterno, il bere, il mangiare, l’attività fisica, le emozioni, la contaminazione ambientale, incide sulla nostra espressione genetica modificando gli aspetti qualitativi, siano esse cattive o buone abitudini.
Un esempio: il genoma dei giapponesi presenta un gene che se attivato li porterebbe a essere in sovrappeso. Eppure la maggiora parte dei giapponesi sono tendenzialmente molto magri, ad esclusione dei lottatori di Sumo. Come mai sono magri, se la loro tendenza genetica depone per il sovrappeso? L’alimentazione è il fattore epigenetico che li rende figure magre.

Photo: Unsplash / Farhad Ibrahimzade
Vorrei aggiungere che il benessere psico-fisico non si erge solamente su regole di buona alimentazione e movimento, bensì sull’influenza che l’ambiente che ci circonda ha su di noi. La solitudine o la mancanza di relazioni sociali stimolanti si traducono in modificazioni deli livelli di metilazione del DNA. Ricordo che per l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) la definizone di salute non è solamente la mancanza di patologia, bensì uno stato di benessere psicofisico in cui ci sentiamo partecipi di un processo di crescita personale e proviamo soddisfazione. Un percorso di coaching, per esempio, potrebbe aiutare queste dinamiche di crescita.
Esistono strategie nutrizionali specifiche per modulare il metabolismo e favorire l’equilibrio neurochimico?
Non possiamo generalizzare, visto che ogni essere umano è unico. Sicuramente va rivisto il concetto di dieta unica per tutti, essendo il metabolismo della donna del bambino e dell’uomo diverso e diversificato in funzione dell’eta e dello stato di dispendio energetico. Non ha la stessa richiesta energetica una donna in gravidanza, un’adolescente o un uomo che lavora duro la notte. Bisogna tornare a un approccio olistico e individualizzato dove il metabolismo rappresenta il nostro parametro guida, e non sia tutto circoscritto al peso.
Bisogna abbandonare il concetto meccanicistico del corpo-macchina per riappropriarci di una posizione antropocentrica dove parafrasando il pedagogista Rudolf Steiner «La nutrizione è un lavoro dinamico, e non è rappresentato dalla sostanza che ingeriamo… la vita consiste nel lavoro costante di trasformare ciò che ingeriamo, affinché penetri e si trasformi nel nostro corpo». Siamo dominati oggi dalla ortoressia imposta dai social e abbiamo perso la connessione con noi stessi e con i nostri bisogni alimentari. Il cibo è diventato una mera operazione di contabilità calorica, non apporta più emozione, ma una sensazione immediata. Vi sorprendereste a scoprire che la maggior parte delle persone non mangia quando ha fame, bensi per mascherare altre emozioni nascoste. Mangiamo per solitudine, per ansia, per timore, per vergogna, per celebare, ma poche volte mangiamo per sana necessità gastrica. Vi lascio queste considerazioni: mangiamo ciò che vogliamo o effettivamente siamo schiavi di una coscienza collettiva che ci impone a colpi di publicità indipendentemente dal nostro desiderio? Il comportamento virtuoso a tavola è effettivamente frutto della nostra disciplina o la risposta stereotipata e comoda alla richiesta tirannica di un corpo performante, perfetto, svelto imposto dai social media?

Photo: Unsplash / Julien Tromeur
Quali consigli darebbe per la vita di tutti i giorni?
Mi limito a elencare alcune regole di senso comune per riappropriarci della sana relazione con l’alimento:
- Fare un bilancio energetico e metabolico ci aiuta a capire quale è la fascia oraria in cui abbiamo bisogno di più energia e il nostro fabbisogno.
- Preferire le proteine a colazione, ci mantengono energeticamente stabili e evitano picchi di glicemia scatenati dai dolci.
- Abolire gli snacks, e qualsiasi cibo processato, prefererendo sempre un alimento (1 frutta, 1 vegetale, una fetta di pane).
- Fare attività fisica moderata almeno 2 volte a settimana e idratarsi con circa 1 litro e mezzo di acqua ogni 12ore.
- Il sonno è un fattore ancora sottovalutato: i ritmi circardiani e gli ormoni generano i nostri squilibri metabolici. Avere una sana abutidine di riposo notturno è fondamentale, essendo il sonno un potente antiossidante.
- Le pratiche di digiuno intermettenti non sono indicate per tutti. Vanno operate in caso di sovrappeso importante e supportate dalla guida di un professionista della salute e nutrizionista.
- Riappropriarsi del momento del pasto familiare come momento unico di condivisione di cibi freschi, di prossimità, possibilmente frugali dai condimenti leggeri e di origine controllata, evitare le elaborazioni succulente e faticose da digerire e consumare il tutto in un ambiente accogliente, non disturbato dal vocìo costante delle immagini e suoni.
- Osservare ciò che si mangia e assaporarlo in maniera lenta, prendere coscienza di ciò che stiamo introducendo nel nostro corpo come artefici un rituale sacro, perchè la sazietà inizia dallo sguardo.
Riproduzione riservata
Photo cover: Unsplash / Anna Pelzer
