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Antonella Santuccione Chadha: «La longevità è donna, ma a quale prezzo?»

di Annarita Cacciamani
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La fondatrice della Women’s Brain Foundation spiega perché le donne vivono più a lungo ma spesso con una qualità di vita peggiore. Tra squilibri nelle cure e carichi di caregiving, serve una nuova visione della medicina su misura, che tenga conto delle differenze biologiche e sociali tra uomini e donne.

Antonella Santuccione Chadha è una neuroscienziata che da anni lavora per colmare una delle lacune più profonde della medicina moderna: la mancanza di attenzione alle differenze tra uomini e donne nella ricerca, nella diagnosi e nelle cure. Con alle spalle esperienze nel settore pubblico e privato, oggi guida la Women’s Brain Foundation, un’organizzazione con sede a Zurigo impegnata nello studio delle malattie del cervello con una prospettiva di genere. A margine del Milan Longevity Summit, abbiamo approfondito con lei il rapporto tra donne, medicina e longevità.

Perchè secondo lei “la longevità è donna”?

Per due motivi principali. Il primo è che le donne vivono effettivamente più a lungo rispetto agli uomini. Ma è una longevità che non sempre si accompagna a una buona qualità della vita. Durante la loro esistenza, le donne affrontano un numero maggiore di malattie croniche, in particolare dopo la menopausa, periodo che rappresenta una cesura biologica profonda. È lì che aumentano i rischi legati a patologie del sistema immunitario e del sistema nervoso, incluse le malattie neurodegenerative come l’Alzheimer.

Quindi vivere più a lungo significa anche vivere più anni con malattie?

Esattamente. Gli ultimi anni di vita di una donna sono spesso segnati dalla sofferenza fisica e mentale. Le donne assumono più farmaci, soprattutto antidolorifici, sonniferi e, troppo spesso, antipsicotici. Quest’ultimo dato è allarmante. Gli antipsicotici vengono somministrati, ad esempio, nelle case di cura dove le donne anziane sono sovrarappresentate rispetto agli uomini. Ma quegli stessi farmaci sono spesso un indicatore di standard di cura scadenti, non una terapia risolutiva.

Le malattie neurologiche degenerative colpiscono più le donne. È solo una questione biologica?

C’è una componente biologica, certo. Il cambiamento ormonale della menopausa è un momento critico. Il cervello femminile è anche più sensibile a traumi, stress post-traumatici, commozioni cerebrali. Basti pensare che una semplice botta in testa è più invalidante per una donna che per un uomo, a causa di una scatola cranica più sottile. E questo ha implicazioni serie: il trauma cranico è collegato a un aumento del rischio di demenza. Ma non possiamo dimenticare i fattori ambientali: oggi si registrano sempre più casi di Parkinson in donne giovani, in età fertile. Una delle ipotesi è l’inquinamento ambientale. Non abbiamo ancora certezze, ma i segnali sono chiari: serve una medicina più attenta alle specificità di genere.

E a livello sociale, come incide la longevità femminile?

Incide profondamente. Le donne non sono solo le più longeve, ma sono anche le principali responsabili della cura, sia in famiglia che in ambito professionale. L’80% dei caregivers a livello globale sono donne. Questo significa che spesso sono loro a sacrificare il proprio benessere, il proprio tempo, la propria indipendenza economica per prendersi cura degli altri. Il caregiving è uno dei grandi lavori invisibili del nostro tempo, e paradossalmente non è nemmeno conteggiato nelle metriche di produttività dei Paesi. Se tutte le caregiver smettessero di lavorare domani, il PIL crollerebbe.

 

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Serve una rivoluzione culturale?

Direi una rivoluzione politica e sociale. Le donne si sono emancipate, ma la società no. È ancora la donna a doversi occupare della casa, dei figli, del lavoro, e poi dei genitori anziani. Dobbiamo redistribuire questi carichi. Serve una maggiore responsabilità anche paterna, e dobbiamo cominciare a riconoscere e remunerare in modo dignitoso chi si occupa della cura, come le badanti. Ma soprattutto, serve una leadership femminile che metta in campo politiche nuove. Non una sola donna al potere: voglio vedere un governo fatto da un collettivo di cervelli femminili. Solo così potremo davvero creare una società che protegge la longevità, non la consuma.

Se potesse lanciare un appello, a chi lo rivolgerebbe?

Alle istituzioni e ai governi. Chiedo di investire in una medicina su misura, che tenga conto delle differenze biologiche e sociali tra uomini e donne. Chiedo politiche che sostengano davvero le madri, le caregiver, le donne anziane. Chiedo una visione dove la longevità non sia solo sopravvivenza, ma vita degna, consapevole e libera. E per farlo, dobbiamo lasciare spazio alla guida delle donne. Non perché siano “migliori”, ma perché sono state escluse troppo a lungo.

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Annarita Cacciamani

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