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L’anziana di Klimt: dalla fragilità alla resilienza nell’era della longevità

di Virginia Boccardi
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La geriatria oggi può essere vista come medicina dell’adattamento. Una riflessione a cura di Virginia Boccardi e Francesca Mancinetti, Divisione di Geriatria, Università degli Studi di Perugia.

 

Durante congressi, lezioni e presentazioni scientifiche dedicate all’invecchiamento, non è raro vedere proiettata l’opera “Le tre età della donna” di Gustav Klimt. Tuttavia, sorprendentemente, l’immagine viene spesso modificata: la figura della donna anziana viene rimossa, lasciando visibili soltanto la giovane madre e la bambina. A prima vista potrebbe sembrare una semplice scelta grafica o estetica. In realtà, questa alterazione cambia profondamente il significato dell’opera.

Klimt non dipinge tre soggetti distinti, ma tre momenti della stessa esistenza. La bambina, la giovane donna e l’anziana rappresentano un unico percorso umano scandito dal tempo. Eliminare la figura anziana significa interrompere artificialmente questo continuum, trasformando una riflessione sul ciclo della vita in un’immagine rassicurante della giovinezza e della maternità. Questa scelta non è priva di significato culturale. La donna anziana raffigurata da Klimt non corrisponde ai canoni contemporanei della bellezza. La sua pelle è segnata dal tempo, le vene sono evidenti, la postura appare raccolta e vulnerabile. Il corpo mostra senza filtri le trasformazioni biologiche associate all’invecchiamento. Eppure, è proprio questa rappresentazione a conferire all’opera la sua forza simbolica. La figura anziana non è un elemento marginale del dipinto, ma la sua conclusione naturale.

La frequente tendenza a rimuoverla invita a una riflessione più ampia sul rapporto che la società contemporanea intrattiene con la vecchiaia. Ciò che viene escluso dall’immagine non è soltanto un corpo anziano, ma il significato stesso dell’invecchiamento. In una cultura che valorizza la performance, la produttività e la giovinezza, la vecchiaia continua a essere percepita come una fase da contrastare, nascondere o rimandare. La cancellazione simbolica della donna anziana dall’opera di Klimt può quindi essere interpretata come una metafora di una più generale invisibilità sociale dell’età avanzata.

Gli stereotipi sull’invecchiamento

 La marginalizzazione della figura anziana nelle rappresentazioni artistiche e mediatiche riflette un fenomeno ben più ampio, comunemente definito “ageismo”. Sebbene negli ultimi anni siano aumentate le iniziative volte a promuovere un’immagine positiva dell’invecchiamento, persistono stereotipi profondamente radicati che associano l’età avanzata a dipendenza, declino e perdita. L’invecchiamento viene frequentemente descritto attraverso ciò che viene meno: la forza fisica, la velocità di elaborazione cognitiva, l’autonomia funzionale, la produttività sociale. In questa prospettiva, il valore della persona rischia di essere implicitamente misurato sulla base della sua efficienza.

Photo: Pexels / Merve

Tale narrazione non influenza soltanto la percezione sociale della vecchiaia, ma può condizionare anche il linguaggio medico e scientifico. Per decenni l’invecchiamento è stato interpretato prevalentemente come un processo caratterizzato dall’accumulo progressivo di deficit biologici e funzionali. Molti dei modelli che utilizziamo per descrivere la salute dell’anziano si fondano infatti sull’identificazione delle perdite: riduzione delle riserve fisiologiche, compromissione multisistemica, vulnerabilità agli stressors, disabilità e multimorbilità.

La fragilità rappresenta probabilmente l’espressione più emblematica di questa visione. Definita come una condizione di aumentata vulnerabilità derivante dalla diminuzione delle riserve fisiologiche, essa è oggi riconosciuta come uno dei principali determinanti di esiti avversi nell’età avanzata. I modelli proposti da Fried e successivamente da Rockwood e Mitnitski hanno contribuito in modo sostanziale alla comprensione della fragilità, evidenziandone la natura multidimensionale e il suo impatto clinico. Tuttavia, quando la fragilità diventa l’unica lente attraverso cui osservare l’invecchiamento, il rischio è quello di ridurre la vecchiaia a una semplice somma di perdite.

Eppure, questa interpretazione appare incompleta. Anche nelle età più avanzate della vita, l’essere umano continua a modificarsi, adattarsi e ricercare nuovi equilibri. L’invecchiamento non è soltanto la storia di ciò che viene perso, ma anche il racconto delle strategie biologiche, psicologiche e sociali attraverso cui l’organismo tenta di rispondere alle continue sfide imposte dal tempo. Per comprendere pienamente la complessità dell’invecchiamento è quindi necessario affiancare al paradigma della fragilità una prospettiva complementare, capace di riconoscere il ruolo dell’adattamento e della resilienza lungo l’intero corso della vita.

Che cos’è l’allostasi

La capacità di un organismo di mantenere la stabilità attraverso il cambiamento è stata descritta dal concetto di allostasi. A differenza dell’omeostasi, che implica il mantenimento di condizioni interne relativamente costanti, l’allostasi riconosce che l’equilibrio biologico viene raggiunto mediante continui aggiustamenti fisiologici in risposta alle richieste dell’ambiente. Ogni risposta adattativa, tuttavia, comporta un costo biologico. L’accumulo nel tempo di tali costi è definito carico allostatico e rappresenta una delle principali spiegazioni dei processi che conducono alla vulnerabilità associata all’invecchiamento.

Con il trascorrere degli anni, l’esposizione ripetuta a stress biologici, psicologici e sociali può compromettere progressivamente l’efficienza dei sistemi di regolazione. Alterazioni neuroendocrine, immunologiche, metaboliche e cardiovascolari contribuiscono a ridurre la capacità dell’organismo di rispondere in modo efficace alle perturbazioni interne ed esterne. In questa prospettiva, la fragilità può essere interpretata non soltanto come una condizione di perdita funzionale, ma come l’espressione clinica di una ridotta capacità adattativa.

Tuttavia, la vulnerabilità rappresenta solo una parte della storia. Accanto alla fragilità esiste un altro costrutto, per lungo tempo meno esplorato ma sempre più rilevante nella ricerca gerontologica contemporanea: la resilienza. La resilienza può essere definita come la capacità di mantenere o recuperare livelli soddisfacenti di funzionamento fisico, cognitivo, psicologico e sociale dopo l’esposizione a eventi stressanti. Essa non implica l’assenza di malattia o di limitazioni funzionali, ma la capacità di mobilitare risorse biologiche e comportamentali per adattarsi a nuove condizioni di equilibrio.

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Photo: Pexels / Jsme MILA

La capacità di adattamento

 Da questa prospettiva, fragilità e resilienza non devono essere considerate come concetti opposti, bensì come manifestazioni complementari della stessa capacità adattativa. Due individui con un analogo livello di compromissione biologica possono infatti mostrare traiettorie cliniche profondamente diverse in funzione della loro capacità di adattarsi agli eventi avversi. La comprensione di queste differenze rappresenta una delle sfide più affascinanti della medicina dell’invecchiamento contemporanea.

Questa visione trova una naturale convergenza nel concetto di capacità intrinseca introdotto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. La capacità intrinseca viene definita come l’insieme delle capacità fisiche e mentali di cui un individuo dispone in un determinato momento della vita. A differenza dei tradizionali modelli centrati sulla malattia, essa pone l’attenzione sulle risorse residue dell’individuo piuttosto che sui suoi deficit. Il focus si sposta quindi dalla domanda “quali funzioni sono state perse?” alla domanda “quale potenziale adattativo è ancora presente e può essere valorizzato?”.

Su queste basi è stata sviluppata la strategia “Integrated Care for Older People” (ICOPE), che propone un approccio centrato sul mantenimento della capacità intrinseca e dell’autonomia funzionale. L’obiettivo non è semplicemente prevenire la disabilità o rallentare il declino, ma sostenere la capacità dell’individuo di continuare a vivere una vita significativa, partecipativa e coerente con i propri valori. In questo senso, la longevità non può essere misurata esclusivamente in anni di vita guadagnati, ma nella capacità di preservare funzione, autonomia e partecipazione sociale lungo l’intero percorso dell’invecchiamento.

Alla luce di queste considerazioni, appare sempre più evidente che la geriatria non debba essere interpretata esclusivamente come la disciplina che studia la fragilità. Essa può essere vista, più propriamente, come la medicina dell’adattamento. Una medicina che riconosce la vulnerabilità senza ridurre l’individuo ad essa; che identifica i deficit ma ricerca contemporaneamente le risorse; che non si limita a misurare il declino, ma si propone di comprendere e potenziare la capacità di risposta dell’essere umano di fronte alle trasformazioni imposte dal tempo.

Il significato della figura anziana nel dipinto

In questa prospettiva, la figura anziana dipinta da Klimt assume un significato che va ben oltre la semplice rappresentazione della vecchiaia. Essa non costituisce il fallimento della giovinezza né la sua inevitabile sconfitta. Al contrario, rappresenta il risultato di un lungo processo di trasformazione, adattamento e sopravvivenza. Ogni ruga, ogni cambiamento corporeo, ogni segno lasciato dal tempo testimonia una storia biologica e umana fatta di esperienze, perdite, apprendimenti e continui tentativi di ristabilire un equilibrio di fronte alle sfide della vita.

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La donna che scegliamo di non vedere. Immagine creata con l’AI dalle autrici

La donna anziana de “Le tre età della donna” ci ricorda che la vecchiaia non è una deviazione dal corso dell’esistenza, ma una delle sue espressioni più autentiche. Eppure, proprio questa immagine continua spesso a essere esclusa, nascosta o marginalizzata. Non perché sia priva di valore, ma forse perché ci costringe a confrontarci con una verità che la cultura contemporanea fatica ancora ad accettare: la vulnerabilità non è l’opposto della vita, ma una sua componente intrinseca.

La crescente attenzione verso la longevità offre oggi un’opportunità unica per ridefinire il modo in cui concepiamo l’invecchiamento. Se l’obiettivo della medicina del XXI secolo è consentire alle persone di vivere più a lungo e in migliori condizioni di salute, allora non sarà sufficiente contrastare la malattia o ritardare il declino funzionale. Sarà necessario sviluppare modelli capaci di riconoscere, preservare e potenziare la capacità adattativa dell’individuo lungo tutto l’arco della vita. In questo scenario, la resilienza e la capacità intrinseca non rappresentano semplicemente nuovi indicatori clinici, ma veri e propri strumenti concettuali per comprendere la complessità dell’invecchiamento umano.

Le sfide di oggi

 La sfida che attende le società contemporanee non riguarda soltanto l’organizzazione dei sistemi sanitari di fronte all’aumento della popolazione anziana. Essa richiede una più ampia trasformazione culturale, sociale e politica. Sarà necessario progettare ambienti, servizi e comunità in grado non solo di assistere gli anziani più vulnerabili, ma anche di favorire il mantenimento della loro autonomia, della partecipazione sociale e delle relazioni intergenerazionali. Una società realmente longeva non è quella che aggiunge semplicemente anni alla vita, ma quella che riconosce valore, significato e dignità a tutte le età dell’esistenza.

Forse il messaggio più attuale dell’opera di Klimt è proprio questo: la bambina, la giovane donna e l’anziana non rappresentano tre individui diversi, ma tre momenti della stessa storia. Separarle significa alterarne il significato. Allo stesso modo, una cultura che celebra la giovinezza ma rimuove la vecchiaia finisce per negare una parte essenziale della condizione umana. La donna anziana che molti scelgono di eliminare dall’immagine è già presente nella bambina e nella giovane donna. L’invecchiamento non è una condizione che riguarda gli altri: è una traiettoria che appartiene a ciascuno di noi.

Come scriveva Carl Gustav Jung, «La sera della vita deve avere un significato proprio e non può essere soltanto il miserabile prolungamento del mattino della vita». Forse la medicina della longevità è chiamata proprio a questo compito: non soltanto aggiungere anni alla vita, ma contribuire a costruire una società capace di riconoscere nella vecchiaia non il simbolo del declino, bensì una fase della vita dotata di valore, identità e significato proprio.

Riproduzione riservata

 

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Photo cover: Gustav Klimt, CC BY-SA 4.0, sito: https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons

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