Longevità è anche sentirsi al sicuro nel mondo, sapere come muoversi nello spazio che ci appartiene e riconoscere il proprio valore. Non si tratta di imparare a combattere, ma di smettere di chiedere il permesso per esistere. In ogni età, in ogni fase della vita, una donna ha il diritto di sentirsi forte, preparata e presente. E se la difesa personale può essere un mezzo per ritrovare sé stessa, allora è anche un atto d’amore verso il proprio futuro.
Quando si parla di longevità, pensiamo subito alla salute, all’alimentazione, all’equilibrio psico-fisico. Ma esiste un aspetto più profondo, spesso trascurato: il diritto delle donne di vivere sicure, libere, consapevoli del proprio corpo e dei propri confini. Per questo, per la sezione rubrica Longevity Donna, ho voluto incontrare Sabrina Sozzani, figura poliedrica: psicologa, psicoterapeuta, criminologa ed esperta di arti marziali. Un percorso personale e professionale che affonda le radici anche in un contesto familiare significativo, grazie al fratello Fabio Sozzani, maestro di arti marziali e titolare della palestra Sporting Palestra & SPA SSDRL di Varese, con il quale ha condiviso un cammino formativo rivolto in modo particolare alla prevenzione femminile.
Con Sozzani abbiamo esplorato il valore della difesa personale non come reazione, ma come educazione alla prevenzione, cura del sé e strumento di longevità consapevole. In un mondo dove ancora troppo spesso la donna deve giustificare il proprio diritto a “sentirsi al sicuro”, questa intervista rappresenta un invito a tutte – giovani e meno giovani – a rimettersi al centro. Con rispetto, lucidità e determinazione.
Oggi si parla molto di longevità, ma troppo poco si collega questo tema al diritto di vivere sicure. Quanto conta la sicurezza – fisica e psicologica – nel percorso di una longevità sana e consapevole?
La sicurezza è un bisogno primario che affonda le sue radici nell’istinto di sopravvivenza e protezione. Non è solo una condizione esterna, ma una percezione interna profonda: ci sentiamo sicuri quando possiamo tutelare il nostro equilibrio psicofisico, quando siamo in grado di proteggere il nostro sé, i nostri spazi, i nostri confini. Sicurezza è anche libertà: libertà di esprimersi, di comunicare senza il timore di subire ripercussioni o giudizi. È l’ambiente che consente la fiducia, la collaborazione, la costruzione di relazioni sane.
Quando una persona si sente sicura, non ha bisogno di attivare costantemente le difese, e questo riduce drasticamente lo stress, con effetti positivi sulla salute: si abbassa l’arousal, si regolarizzano i ritmi cardiaci e respiratori, diminuiscono i rischi legati all’ipertensione, all’ansia e ad altre condizioni psicosomatiche. Parlare di longevità senza parlare di sicurezza è un errore. Perché vivere a lungo non basta, se non possiamo farlo in modo consapevole, sereno e protetto.
Il benessere psicofisico si costruisce giorno per giorno, grazie a una rete di relazioni autentiche, a uno stile di vita equilibrato e – soprattutto – alla capacità di ascoltarsi e rispettare i propri limiti, mettendosi al centro della propria vita, senza sensi di colpa. Sicurezza, quindi, significa dignità. E senza dignità non esiste vera longevità.
Come criminologa, quali segnali sociali o culturali percepisci ancora oggi come ostacoli alla piena libertà femminile? E quanto pesano questi “non diritti” nella vita quotidiana di una donna?
Il segnale più tangibile, purtroppo, è ancora oggi il senso di potere che alcuni uomini sentono di avere sulla donna. Una percezione distorta che nasce dall’idea che la fragilità – come il pianto, il silenzio o l’autoannullamento – siano segni di debolezza e quindi facili da manipolare. Molti uomini fanno ancora leva sul principio della forza, del comando, della superiorità gerarchica, aspettandosi in cambio totale obbedienza e lealtà, come se fosse un diritto acquisito.
Questa dinamica è alimentata da una cultura profondamente radicata nella tradizione e negli stereotipi: convinzioni trasmesse, sedimentate, mai messe in discussione fino in fondo, che influenzano ancora oggi il modo in cui uomini e donne si relazionano. I “non diritti” pesano come macigni nella vita quotidiana delle donne, limitando la libertà di esprimersi, scegliere, vivere, decidere per sé stesse. Non sono solo ostacoli pratici, ma barriere interiori e sociali che condizionano l’autostima, le opportunità e perfino la percezione del proprio valore.
La vera svolta può avvenire solo attraverso un patto educativo e culturale che metta al centro la cultura della libertà e dell’uguaglianza, dove nessuno ha il potere di determinare il valore di un altro essere umano. Solo così possiamo rompere i pregiudizi e superare gli ostacoli – soprattutto quelli invisibili – che ancora frenano la piena autodeterminazione femminile.
In che modo la difesa personale è diventata uno strumento concreto per aiutare le donne non solo a proteggersi, ma a ritrovare fiducia e consapevolezza di sé?
“Difesa” deriva dal latino dif-fendere, ovvero “allontanare colpendo”, “respingere tagliando”. In questo significato profondo, già troviamo la sua essenza: la difesa non è solo reazione fisica, ma è anche protezione emotiva e affermazione del proprio valore. Il cammino che ho intrapreso – anche grazie alla collaborazione con mio fratello Fabio Sozzani, maestro di arti marziali e mio primo mentore – mi ha insegnato che la difesa personale efficace nasce dalla sinergia tra tecnica e consapevolezza psicologica. Per “tecnica” non intendiamo una moltitudine di gesti complicati, ma pochissimi movimenti essenziali, semplici da apprendere e realmente utili per proteggersi.
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Per “psicologica” intendiamo invece un vero allenamento emotivo: imparare a gestire la paura, a canalizzare la rabbia, ma soprattutto a riconoscere e superare il “freezing emotivo”, quel blocco improvviso che spegne emozioni e pensiero lasciando spazio a una paralisi devastante. Un blocco che, purtroppo, in molte donne è stato indotto da esperienze pregresse di violenza o da una cultura che nega il diritto di reazione. La prima persona da difendere siamo noi stesse. Difendere il proprio spazio, la propria distanza personale, la propria libertà di interazione.
Significa affermare che nessuno può decidere al nostro posto come trattarci, avvicinarsi o parlarci, se non noi. E questo “decidere” è una forma di potere personale, non delegabile, non condivisibile: è il primo atto di autodeterminazione e di amore per sé stesse.
C’è un legame tra percezione del pericolo, consapevolezza del corpo e autostima? Quanto può incidere questo equilibrio sulla qualità della vita nel lungo termine?
In psicologia, questa dinamica è ben spiegata dalla Teoria di Cannon-Bard, secondo cui le emozioni vengono vissute e interpretate parallelamente alle risposte fisiologiche del corpo. In altre parole, un evento esterno genera simultaneamente una reazione emotiva e una risposta corporea. La percezione del pericolo, tuttavia, non è mai solo soggettiva: è fortemente influenzata da fattori sociali, culturali e ambientali, come le molestie, le micro-aggressioni, le discriminazioni o le esperienze di violenza.
Queste percezioni, se ricorrenti, possono generare uno stato di allerta costante, portando a ansia cronica, limitazioni nella libertà di movimento o di scelta, e una progressiva perdita del senso di controllo sulla propria vita. Quando il livello di allerta è troppo elevato, e la consapevolezza corporea è debole o distorta, l’autostima inevitabilmente ne risente. Questo squilibrio può portare allo sviluppo di dipendenze emotive, comportamenti di evitamento, autocensura, e, soprattutto, a una trascuratezza del sé che mina profondamente la qualità della vita nel lungo termine.
Secondo te, la longevità non dovrebbe essere intesa solo come “vivere più a lungo”, ma anche come “vivere meglio e con più padronanza di sé”? Come può una donna riappropriarsi di questo spazio personale e culturale?
In una società ancora dominata da stereotipi, ruoli predefiniti, aspettative e limiti imposti, il percorso di emancipazione femminile non può essere affrontato solo sul piano individuale. Serve un impegno collettivo, fatto di alleanze consapevoli e solidali.
La libertà personale non è l’assenza di vincoli, ma la capacità di piacersi, scegliersi e approvarsi da sole, senza cercare conferme esterne. Libertà è anche saper dire “no” con responsabilità e consapevolezza, senza sensi di colpa. Conoscere la propria storia, le proprie radici, i propri perché, è un atto potente di riconoscimento e di identità. Vivere a lungo, in modo sano e pieno, significa diventare “egoiste nel senso buono”: riconoscere e rispettare una gerarchia di priorità dove, prima di tutto, vengo io, con i miei tempi, i miei limiti, i miei bisogni. Solo così, gli altri potranno davvero godere della parte migliore di me, quella che nasce dalla mia pienezza interiore.
Quanto è importante, per una donna, riconoscere i propri confini e imparare a farli rispettare anche con l’atteggiamento, il linguaggio del corpo e la voce?
Riconoscere i propri confini significa prima di tutto sapere chi si è e cosa si è disposte ad accettare. È la consapevolezza degli spazi, fisici ed emotivi, all’interno dei quali una donna può muoversi senza sentirsi minacciata, invasa o sminuita. Ma il primo atto di rispetto deve partire proprio da sé stesse: nessuno potrà riconoscere i nostri confini, se per prime non li difendiamo.
Troppo spesso il linguaggio del corpo femminile viene frainteso o strumentalizzato: atteggiamenti para-verbali interpretati come seduttivi o fragili nascono da una cultura in cui le donne sono state educate a tollerare, ad accontentare, a rispondere ai bisogni degli altri prima che ai propri. Ma conoscere sé stesse significa rinforzare l’autostima, mettere in chiaro i propri limiti e impedire all’altro di oltrepassarli, evitando così relazioni tossiche basate sulla manipolazione e sulla mancanza di rispetto.
Le donne determinate, che hanno imparato a dire no senza sentirsi in colpa, diventano un esempio, una forza trainante per le altre. Rispettare i propri confini non significa essere chiuse o rigide, ma al contrario, sapere quando essere flessibili e quando no, agendo con maturità emotiva. Imparare a farli rispettare con il corpo, la voce e l’atteggiamento è un percorso di potenziamento personale. Non si tratta solo di difendersi, ma di costruire relazioni sane, autentiche, basate sulla reciprocità e sulla dignità.
L’aspetto mentale e quello fisico sono strettamente collegati nella difesa personale. Da psicoterapeuta, puoi dirci quanto sia importante allenare entrambi per vivere più serenamente e affrontare l’età che avanza?
L’aspetto mentale e quello fisico sono due facce della stessa medaglia, soprattutto quando si parla di difesa personale e longevità consapevole. Allenare entrambi significa prepararsi non solo a proteggersi, ma a vivere con maggiore serenità e padronanza, affrontando anche l’età che avanza con lucidità e forza interiore.
Dal punto di vista psicologico, è fondamentale ricordare che:
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Essere forti non significa essere dure. La vera forza è flessibile, è quella che sa resistere senza irrigidirsi, che sa proteggere senza indurirsi.
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Essere centrate non significa essere perfette. La centratura interiore nasce dall’equilibrio, non dall’illusione della perfezione. È la capacità di rimanere presenti a sé stesse, anche quando la vita è imperfetta.
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Essere libere non significa essere sole. La libertà autentica si nutre di scelte consapevoli, ma anche di relazioni sane, in cui si è accolte senza essere vincolate.
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L’allenamento del corpo, quindi, non può prescindere da un lavoro profondo sulla mente. E viceversa. Solo integrando questi due aspetti si costruisce una difesa personale davvero efficace, che non è solo gesto tecnico, ma postura emotiva, consapevolezza, autenticità.
Se dovessimo immaginare una società longeva al femminile, quali sarebbero i pilastri educativi da introdurre fin da giovani per renderla più sicura, equa e consapevole?
Una società longeva al femminile dovrebbe fondarsi su pilastri educativi profondi, coraggiosi e liberatori. Troppe donne, anche inconsapevolmente, sono cresciute con l’idea che adattarsi, accomodarsi, limitarsi, frustrarsi, non esagerare, non far rumore o persino diventare invisibili nei momenti critici fosse il modo “giusto” di stare al mondo. Il risultato è che molte imparano a rimpicciolirsi per far sentire a proprio agio l’altro. È un errore silenzioso, ma profondo, che si tramanda di generazione in generazione. Per cambiare davvero le cose, bisogna agire fin da giovani.
Serve insegnare fin dall’infanzia a riconoscere e mettere in discussione gli stereotipi di genere, non con aggressività, ma con consapevolezza e spirito critico. Occorre una vera educazione sentimentale e affettiva, che insegni il valore del consenso, del rispetto e della reciprocità, andando oltre i modelli romantici tossici o dipendenti.
E, soprattutto, va coltivata una comprensione sociale autentica, che insegni alle bambine e ai bambini che essere cittadini e cittadine significa partecipare, decidere, cambiare. Solo così potremo costruire una cultura fondata su valori solidi, sulla parità, sull’analisi critica del presente e su una visione proiettata con lucidità e speranza verso il futuro. Una società longeva e giusta non è quella in cui si vive solo più a lungo, ma quella in cui si vive meglio, libere e insieme. Fin dall’inizio.
C’è una frase, un concetto o un gesto che porti con te ogni volta che incontri una donna che vuole sentirsi più forte, più centrata, più libera? Un messaggio che vorresti lasciarle anche attraverso questa intervista?
Ogni donna – ogni persona – dovrebbe imparare ad avere il coraggio di esistere pienamente, di essere riconosciuta per ciò che è, senza dover chiedere scusa a nessuno. Senza sentirsi in colpa per la propria luce, per i propri desideri, per la propria presenza nel mondo. Essere, senza giustificarsi. Vivere, senza timore di occupare spazio. Questo è il messaggio che porto con me ogni volta che incontro una donna in cerca di forza, centratura, libertà. E che desidero lasciare, anche oggi, a chi sta leggendo queste parole.
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