In Italia e in Europa l’assistenza agli anziani non autosufficienti grava in gran parte sul welfare familiare. Un’analisi del care gap e dei costi sociali di un modello sotto pressione.
L’aumento dell’aspettativa di vita nei paesi europei ha modificato in profondità i bisogni di assistenza. Un numero crescente di persone vive più a lungo, ma affronta periodi più estesi di fragilità o non autosufficienza. Questo genera una domanda crescente di long-term care (assistenza a lungo termine) che i sistemi sanitari pubblici non riescono a coprire interamente.
Secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, una quota significativa degli over 65 necessita oggi di cure continuative. In questo spazio di risposta non coperto dalle istituzioni si inserisce il lavoro di cura informale e familiare.
Il fenomeno della cura informale e il “care gap”
Le stime dell’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico e di Eurofound, la Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, indicano che la maggior parte dell’assistenza agli anziani avviene nel contesto domestico. Questo lavoro comprende compiti ad alta intensità come l’igiene personale, il supporto alla mobilità, la somministrazione delle terapie e il coordinamento con i servizi socio-sanitari. A questo si aggiunge un carico organizzativo ed emotivo continuo, spesso poco visibile ma estremamente gravoso.

Photo: Unsplash / National Cancer Institute
L’invecchiamento della popolazione altera il rapporto tra chi ha bisogno di assistenza e i caregiver disponibili. Le proiezioni demografiche indicano una riduzione progressiva di questa rete di supporto, creando il cosiddetto “care gap”: la distanza crescente tra bisogni di cura e capacità della società di rispondervi. Il fenomeno è alimentato dalla riduzione del nucleo familiare, dall’invecchiamento simultaneo di più generazioni e dalla maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro.
I costi economici, emotivi e sociali per i caregiver
Il caregiving informale produce impatti concreti su chi lo svolge, pur non figurando nel lavoro retribuito. Le analisi internazionali mostrano che l’assistenza intensiva comporta una riduzione dell’orario di lavoro o l’uscita dall’occupazione, con conseguenze economiche negative avvertite soprattutto dalle donne.
Emergono inoltre gravi ripercussioni sulla salute, tra cui stress cronico e isolamento sociale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità evidenzia come l’assistenza continuativa a persone non autosufficienti comprometta il benessere psicofisico dei caregiver in assenza di tutele adeguate.
In Italia la centralità della famiglia è strutturale. Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, gran parte degli anziani con limitazioni funzionali vive a casa e viene assistita da familiari, spesso affiancati da assistenti private (badanti). In molte famiglie, un adulto in età lavorativa si trova a gestire la progressiva perdita di autonomia di un genitore anziano. Questa gestione quotidiana può richiedere sacrifici professionali importanti, influenzando negativamente il reddito e il percorso di carriera.

Photo: Unsplash / Age Cymru
Il quadro normativo e le prospettive delle politiche pubbliche
Il tema del riconoscimento del caregiver familiare è ormai al centro del dibattito pubblico. Sebbene la figura sia stata riconosciuta per la prima volta dalla Legge di Bilancio 2018 (L. 205/2017), manca ancora una disciplina nazionale organica che garantisca tutele previdenziali, diritti e sostegni economici adeguati.
Le riforme in atto mirano a rafforzare le cure domiciliari e l’assistenza territoriale, anche in linea con gli obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Tuttavia, il sistema italiano di long-term care continua a dipendere in modo determinante dal lavoro invisibile svolto dalle famiglie.
Riproduzione riservata
Photo cover: Pexels / Andrea Piacquadio
