Se scegliamo di attribuire a “longevità” un significato più ampio, considerandolo come “qualità di vita” piuttosto che “quantità o lunghezza di vita”, allora non solo è possibile, ma anche fondamentale pensare alla longevità sin dalla più tenera età.
Ha senso parlare di longevità associandola alla fascia d’età dei bambini? Potrebbe sembrare un po’ precoce pensare alla tematica per l’età evolutiva, come se la longevità fosse appannaggio dell’età adulta e della terza età, quasi a pensare che ci sia un tempo per iniziare a pensare alla longevità. Ma non lo è.
Essere bambini nell’era digitale
Sicuramente essere bambini oggi è meno complesso da un punto di vista di “fatica fisica” rispetto a qualche decennio fa. Ne parliamo sempre con i genitori e con i nonni che incontro nei gruppi di supporto che conduco. “Ai miei tempi era difficile, all’età di mio figlio/figlia/nipote aiutavo già il mio papà al lavoro o la mia mamma nella gestione dei miei numerosi fratelli o sorelle”.
Non c’è alcun dubbio sul fatto che il mondo un tempo non teneva molto in considerazione le forze fisiche di un bambino o di una bambina e chiedeva loro di essere attivi sin dalla più tenera età. Oggi l’attenzione alla crescita e alle esigenze dei bambini è più rilevante rispetto al passato (a volte anche troppo), ma non è comunque semplice crescere in un mondo come quello che abbiamo costruito intorno ai nostri bambini e alle nostre bimbe. Il mondo chiede loro di diventare performativi, produttivi da subito, come se non ci fosse tempo da perdere per annoiarsi o semplicemente per giocare. Viviamo in una società che non riconosce ai bambini la possibilità di essere tali. Li dobbiamo crescere velocemente, c’è fretta di diventare grandi, è il tempo del “pre”.

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Serve imparare prima a scrivere, a leggere, tanto che già nella scuola dell’infanzia ci sono esercizi di pregrafismo, prelettura, che di per sé non hanno connotazioni solo negative, purché non sottraggano tempo ai piccoli protagonisti per vivere il mondo secondo le loro inclinazioni, il loro desiderio di giocare, di vivere, di sentire. Incontro bambini oggi che nei giochi e nelle proposte pedagogiche che lancio mi dicono che non possono aderire, non possono lasciarsi andare perché altrimenti “si sporcano” le mani, gli indumenti… Quasi come se “sporcarsi” fosse un dramma. Ma se non mi sporco oggi gli abiti per un gioco, come potrò domani “sporcarmi le mani in una relazione” oppure “sporcarmi le mani per realizzare il mio sogno…”
Quanto appena letto e descritto potrebbe far pensare ad un mondo spacciato, una società che non ha e non avrà in futuro modo di emergere da questa situazione così allarmante, difficile e complessa. Fortunatamente non è così, siamo ancora in tempo per cambiare rotta e per farlo non possiamo fare altro che iniziare proprio da loro, i nostri bambini e le nostre bimbe di oggi, che saranno gli adulti di domani ma qui ed ora sono e restano bambini, con tutta una serie di diritti a cui dobbiamo rispondere perché vivano una vita all’insegna della longevità.
Il diritto di essere e manifestarsi
È importante, fondamentale direi, per un bambino e per una bambina sentirsi liberi di essere e di manifestarsi. Certo, questo non significa che non devono rispondere ad un mondo di regole e di convenzioni che permettano la convivenza. A volte scambiamo la libertà con la maleducazione ed è un errore molto comune e oggi frequente. Le regole nel rapporto mondo-bambini devono esistere ed essere salde. La regola non è un vincolo alla manifestazione del bambino e della bambina, quanto piuttosto un’ancora, un aiuto, un appiglio a cui potersi aggrappare. Le regole devono essere poche, chiare e non derogabili. Devono essere una certezza per il piccolo o la piccola protagonista. Le regole sono a livello evocativo un tracciato in un sentiero, non impediscono al bambino di correre, muoversi, danzare o camminare al proprio tempo e con la propria modalità, ma sgombrano la strada dai pericoli, che comunque inevitabilmente e giustamente si incontreranno, ma con un bagaglio solido a cui far riferimento (di cui le regole fanno parte!). Il diritto di essere e di manifestarsi passa per figure di riferimento adulte che hanno abbandonato l’autorità per abbracciare l’autorevolezza.

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Il diritto di giocare, di annoiarsi, di disconnettersi
L’umano è l’unica specie animale che relega il gioco all’età evolutiva, considerandolo una perdita di tempo. Ogni altra specie animale considera il gioco per ciò che realmente è: un momento ludico e spensierato ma anche un grandissimo momento di crescita e di evoluzione, una scuola di sopravvivenza da cui attingere competenze e risorse non “educabili” in altri contesti. E’ inutile sottrarre tempo al gioco e poi proporre corsi su corsi per approfondire ed allenarsi allo sviluppo delle soft skills! Lasciamo che i bambini giochino, soprattutto giochiamo con loro e nel gioco ritroviamo il nostro desiderio di libertà e di pienezza.
I bambini del nostro tempo non sanno più annoiarsi. Gestire del tempo in cui “non-fare” è divenuto complesso e alimenta un senso di frustrazione. Non sono più in grado di passare del tempo “da soli” nel non fare. Troppo abituati ad essere riempiti di incombenze e attività per riuscire a vivere bene il tempo della noia che è un tempo produttivo nella giusta misura. Serve perché nel momento della noia la mente è libera di elaborare la notevole mole di informazioni ricevute e ha il tempo fisico per digerirle, elaborarle, creare connessioni.
In un mondo che sempre più ci chiede di essere connessi alla rete web anche sui social sin dalla più tenera età, i bambini e le bimbe hanno il diritto di essere disconnessi da quel mondo non a loro misura. Hanno bisogno di essere profondamente connessi invece con la natura, con il mondo reale circostante, non con il cyber mondo e soprattutto deve essere mantenuta l’attitudine tipicamente bambina di essere connessi con il proprio corpo, con le proprie emozioni, con la propria essenza. Ecco, questa è l’unica connessione a cui hanno diritto i bambini, quella con l’ecosistema reale intorno a sé e con se stessi.

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Il diritto di sognare
Lasciamo ai bambini e alle bambine la possibilità di sognare il loro futuro, il loro mondo, ciò che desiderano. Coltiviamo i loro sogni, approfondiamoli, riempiamoli di caratteristiche che non devono essere imposte dall’adulto ma devono essere stimolate nella riflessione ai piccoli protagonisti. E quindi sì, iniziamo già realmente non solo a parlare di longevità in età evolutiva ma a creare le condizioni perché questa possa essere presa in considerazione, ripartiamo dai bambini e dalle bimbe e ricominciamo a costruire un mondo a loro misura senza dimenticare che comunque, in ogni adulto che incontriamo, quel bambino e quella bambina interiore, dentro, continuano a vivere e chiedono di essere visti!
Siamo abituati a pensare ai bambini come “al prodotto” dell’incontro tra mamma, papà, contesto ambientale e familiare. Sicuramente questa visione è corretta, tutti questi parametri condizionano molto il processo di crescita longevo dei cuccioli d’uomo ma non dobbiamo dimenticare che, così come nella ghianda, pur nella sua piccola dimensione, è racchiusa l’intera immensità della quercia, nei bambini è racchiusa un’antica enorme saggezza. Il nostro compito è permettere loro di “portarla fuori”. Il processo di crescita longevo non deve essere un “inculcare” qualcosa, con un movimento dal fuori al dentro, quasi come fosse la somministrazione di competenze e capacità, è piuttosto un movimento che dal dentro porta al fuori, proprio opposto, che permette al bambino di manifestare tutto il suo mondo interiore, ovviamente con l’importante tema delle regole affrontato in precedenza.
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