Un viaggio nel mondo della disabilità in ambito cinofilo.
Il mondo della disabilità in ambito cinofilo è un vero e proprio viaggio di scoperta che scopriremo, non si discosta molto dal percorso della neurodivergenza e della disabilità anche in ambito umano, anzi, gli spunti che l’uno offre all’altro sono interconnessi e ci offrono una visione di vita vera e di qualità.
Avere una disabilità non significa doversi accontentare di sopravvivere, tutt’altro. Avere la fortuna di incontrare un animale umano o non umano con disabilità è una vera e propria palestra per la nostra anima, un percorso di conoscenza e di riscoperta del mondo che ci circonda.
Chi mi conosce sa che da diversi anni vive con me Buddy, uno dei miei sei cani, abbandonato poco dopo la nascita perché, nato in un allevamento, si sono accorti della sua sordità congenita. Questo lo rendeva “poco utile” alla caccia, quindi non vendibile. Ecco, nell’intervista che segue ho ritrovato moltissimi punti e spunti che riguardano la mia relazione con Buddy.

Photo: Unsplash / Rafaella Waasdorp
La parola all’esperto
Per parlare di disabilità in ambito cinofilo abbiamo intervistato Luca Scanavacca, educatore cinofilo tra i più esperti a livello nazionale in riabilitazione per cani con disabilità (sordi, ciechi o sordociechi).
Luca è ideatore del progetto “Semplicemente Sordo”, che andremo a conoscere più da vicino, oltre che fondatore del progetto “Fattoria dei Semplici” ed è docente a contratto dell’Università di Parma.
Come ti sei avvicinato al mondo della sordità in ambito cinofilo?
L’aspetto che più di tutti mi ha colpito è stata la discriminazione nei confronti dei cani con disabilità che, nati in allevamento, non venivano mai ceduti (neppure gratuitamente) a delle famiglie ma nella migliore delle ipotesi restavano a vivere in allevamento, spesso in una situazione molto simile alla detenzione in carcere. L’alternativa, anche peggiore, era l’abbandono. In questi individui non veniva mai preso in considerazione il potenziale, le possibilità, quasi come se la loro disabilità li identificasse come esseri inferiori, inutili ad una vita in famiglia.
Ho conosciuto personalmente Tabata, la tua prima cagnolona con disabilità, oltre vent’anni fa. Lei è stata la scintilla che ti ha permesso di approfondire le tue prime intuizioni.
Tabata è stata proprio la mia prima cagnolona presumibilmente mix border e pastore australiano nata con disabilità, in particolare aveva una sordità monolaterale e la CEA, una sindrome retinica degenerativa che nel tempo le ha creato non pochi problemi, tanto che ha dovuto sottoporsi all’asportazione di un bulbo oculare per permetterle una vita di qualità.
Con una “diagnosi” di questo tipo potete immaginare quanto si possa cadere nel pietismo pensando a Tabata. Ora vi racconto quanto la sua disabilità sia in realtà un racconto di forza.
Ho incontrato Tabata all’Istituto Zooprofilattico di Teramo, a cui lei era arrivata consegnandosi in autonomia dopo aver ripercorso un viaggio in montagna per recuperare sua sorella, che era in una situazione clinica anche peggiore rispetto alla sua. Ecco, Tabata ha ripercorso la strada di montagna, ha recuperato sua sorella in totale autonomia e insieme sono arrivate all’Istituto Zooprofilattico di Teramo, dove ci siamo conosciuti e il nostro viaggio ha inizio…
Sentita questa storia vi resta più in mente la “disabilità” di Tabata o la sua forza e competenza? Ecco, questo è un punto su cui torneremo…

Libro “Semplicemente sordo”
Tabata ha vissuto una vita longeva, nonostante la sua disabilità?
Assolutamente sì, senza alcun dubbio. La sua disabilità non è mai stato il focus del nostro viaggio insieme, ma una sua caratteristica, semplicemente. Tabata ha vissuto quattordici anni e siamo stati un branco-famiglia speciale. Ha viaggiato con me quando ero impegnato nelle mie formazioni, ha vissuto la nascita della mia prima figlia e del mio secondo figlio ed in entrambi i casi si è presa cura dei miei “cuccioli”, aveva un senso di appartenenza fortissimo, come se la sua condizione di disabilità unita al suo essere femmina le avesse permesso di “coltivare” un fortissimo istinto materno, di accoglienza e di capacità di prendersi cura, oltre che di affidarsi.
Quali aspetti del tuo viaggio con Tabata ti hanno permesso di specializzarti nel lavoro con cani con disabilità in tutta Italia?
L’aspetto fondamentale è stato che con Tabata è stata un’esperienza graduale, un percorso di comprensione reciproca e mentre conoscevo più a fondo lei, scoprivo (o ri-scoprivo) lati di me. Il cane con disabilità ti obbliga a metterti alla prova, a rivedere i tuoi parametri di normalità. La relazione con Tabata mi ha portato a rivedere il mio modo di percepire e approfondire la realtà, spostando di fatto i miei confini.
È come se decidessimo di entrare nei pensieri dell’altro, percependo il mondo con i suoi sistemi rappresentazionali, concependo la realtà con il suo punto di vista, significa abbandonare certezze e “dogmi preconfezionati” per lasciarsi andare alla meraviglia della scoperta.
Cosa vedi oggi quando osservi un cane con disabilità?
Quando vedo un cane con disabilità vedo ciò che esso può essere e diventare. È un po’ come se riuscissi a vedere il viaggio da compiere, una sorta di avventura di Ulisse attraverso la scoperta, la novità, l’aggiornamento.
Pensando ad Ulisse possiamo dirci che avrebbe potuto rientrare prima ad Itaca, certamente, ma quanta meraviglia e stupore si sarebbe perso? Certo, anche pericoli in meno, ma la vita vera è fatta anche di questi. E il timore non deve mai bloccarci o limitarci, né a noi né ai nostri cani, soprattutto se hanno una disabilità. Ecco, la relazione cane (soprattutto con disabilità) e proprietario deve essere un viaggio di scoperta.
L’ultima cosa che vedo quando lavoro con un cane con disabilità è il cane in quanto cane, mi soffermo piuttosto sull’individuo in tutte le sue potenzialità e risorse, mi riferisco a questi aspetti relativi all’individuo, non al cane in sé, è un concetto molto più profondo, intimo.
Il percorso educativo è sempre educativo in primis per me in quanto professionista e poi per i proprietari umani, mentre per il cane è semplicemente una ri-scoperta, egli può finalmente sentirsi visto per chi è realmente.
Mi pare di capire che un percorso educativo è quasi più rivolto ai proprietari che non al cane stesso. Sono loro che devono mettersi in gioco e cambiare prospettiva, il cane semplicemente è. È così?
Esattamente. Direi che l’80% del lavoro spetta al proprietario e tutto deve passare dallo stupore, dalla celebrazione del proprio cane.
Quando si lavora con un cane con disabilità, ma direi anche con la disabilità in generale si parte spesso dal pietismo. Quante volte mi sono sentito dire “poverino il mio cane è sordo”. Questo non è efficace, toglie valore all’individuo con il quale ci stiamo relazionando, tanto che io dico che dal pietismo si passa nel percorso educativo alla celebrazione del cane, che non è più “poverino” ma diventa “forte”, pensando a quante competenze ha e può maturare nel suo percorso di vita, oltre la disabilità, che non è mai la sua condanna ma semplicemente una sua caratteristica.
Quando torniamo a parlare dell’individuo oltre la sua disabilità siamo a un punto meraviglioso del percorso educativo, la persona riesce a trovare dentro di sé le coordinate per rivedere l’individuo.
Non dimentichiamoci che il cane sa già vivere nella sua condizione di disabilità, è a contatto con il suo essere individuo. È il proprietario a dover compiere questo viaggio, ovviamente insieme al suo animale.
Trovi che ci possano essere differenze nel lavoro con cani con disabilità congenita (nati con disabilità) rispetto a cani che acquisiscono la disabilità nel corso della vita per traumi o malattie successive?
Sì, assolutamente. Il cane che nasce con disabilità crede che il mondo sia fatto così, ha una sua rappresentazione del mondo che lo accompagna da sempre. Se è nato sordo per esempio, per lui non esistono suoni o rumori. Una condizione di questo tipo rende il percorso più semplice per il suo proprietario, il cane diviene una spinta al progredire del suo umano. In queste situazioni il mio ruolo professionale è essere il regista di una storia che riguarda cane e proprietario che mettono in scena la loro vita.
Quando il cane acquisisce una forma di disabilità nel corso della sua vita, sia per trauma, sia per malattia, l’individuo ha un ricordo dell’esperienza precedente. Ecco, quel ricordo può essere un aiuto importante. In questo caso la difficoltà è più dell’umano che lo accompagna. Il mio ruolo professionale diviene quello di accompagnatore del branco-famiglia da una situazione di tristezza e depressione per ciò che si è perso, che è un vissuto tipicamente umano. Il cane elabora a partire dai suoi ricordi, il proprietario scopre nuove modalità di vita. Proprio perché ha un bagaglio pregresso di ricordi, dal mio punto di vista per il cane è quasi più semplice ricostruirsi una nuova vita ripartendo dai ricordi.

Libro “Il viaggio del mago”
Da quello che ci stai raccontando è quasi come se nella prima situazione si parli di un percorso educativo per trovare strategie, rinforzare la relazione, farsi cane per comprendere il mondo, mentre nel caso di una disabilità acquisita ti occupi quasi più di un sostegno emotivo, soprattutto per il proprietario, oltre che per il cane.
È esattamente così.
In chiusura di questa nostra intervista vorrei chiederti tre “must” che non devono mancare nella relazione con il cane con disabilità (ma forse con qualsiasi cane) per un proprietario al fine di garantire una vita longeva e di qualità al proprio pet.
Se dovessi identificare le basi per una relazione che permetta una vita longeva a cane e proprietario direi:
- Non agire il meccanismo di soccorso che a volte il cane non richiede, talvolta infatti è più un bisogno dell’essere umano. Non dimentichiamoci che il cane chiede supporto, non soccorso.
- Il cane ha già le risposte adattative per entrare nel suo nuovo contesto. Partiamo da lui e dalle sue strategie. Entriamo nella mente e nelle emozioni del cane per accompagnarlo e scoprire anche nuove parti di noi.
- Senza temere l’errore che invece è parte integrante del percorso di crescita, anzi, spesso diventa la spinta che ci fa andare oltre e ci porta verso traguardi inaspettati.
Ti chiedo un ultimo pensiero da donare ad un proprietario di cane con disabilità.
La relazione con l’animale con disabilità ha un senso e ci dà un senso nella vita, da questo dobbiamo partire.
Riproduzione riservata
Photo cover: Unsplash / Wilfried Santer