Da ex informatico a imprenditore, il fondatore e CEO di FitActive ha trasformato un’intuizione personale in un ecosistema di centri fitness accessibili a tutti, anticipando i bisogni di un’intera generazione di utenti. La sua filosofia, sintetizzata nello slogan “allenare la felicità”, riflette un approccio umano e innovativo al mondo del fitness e della salute.
C’è chi apre palestre, e c’è chi apre possibilità. Eduardo Montefusco ha fatto entrambe le cose. Con FitActive, catena di palestre italiana con accesso 24ore su 24, prezzi sostenibili e ambienti inclusivi, ha rivoluzionato il fitness. Ma dietro il successo imprenditoriale c’è una visione più profonda: il benessere come diritto, non come privilegio. In questa intervista parliamo di scelte, impatto e valori. Perché chi entra in palestra, spesso, cerca molto più di un attrezzo: cerca fiducia, motivazione, cambiamento. Su Longevity Journal vogliamo raccontare l’uomo dietro il brand, perché è lì che si allenano le idee che fanno davvero bene.
In diverse occasioni hai parlato di “allenare la felicità”. Cosa significa per te, davvero? È un obiettivo imprenditoriale o una visione più personale della vita?
Assolutamente, la felicità è una forma di allenamento quotidiano. Quando anni fa ho scelto di usare questa espressione – “Allena la felicità” – non era uno slogan da marketing, ma la sintesi più autentica di ciò che osservavo nei volti delle persone che entravano nei nostri centri. Non tutti si iscrivono in palestra per scolpire il corpo: molti vengono per ritrovare sé stessi, scaricare lo stress, sentirsi vivi, avere un’ora tutta per loro. Se escono con un sorriso in più rispetto a quando sono entrati, allora abbiamo fatto qualcosa di importante. La felicità non è un punto di arrivo, ma un processo da coltivare e facilitare. Noi non vendiamo abbonamenti: offriamo possibilità. La possibilità di migliorare, sentirsi meglio, far parte di qualcosa. E quando ti senti meglio, la felicità arriva non come un miracolo, ma come il risultato di un movimento fisico e mentale. In questo senso sì: la felicità si allena. E se posso contribuire a renderla più accessibile, anche solo un po’, allora il mio lavoro ha un senso più profondo.
Chi è Eduardo Montefusco fuori dalla palestra? Che cosa ti fa star bene, al di là del business?
Bella domanda. E non così scontata. Fuori dal mondo FitActive, sono semplicemente una persona curiosa, determinata, ma anche profondamente legata alle cose vere. Sono marito, figlio, amico. Sono uno che osserva, che ascolta, che si emoziona davanti alle storie di chi ce l’ha fatta… e anche di chi non ha mollato, pur non avendo tutto sotto controllo. Non vivo solo di numeri, di aperture o di piani strategici. Mi piace riflettere, andare a correre e leggere. Coltivo la semplicità, anche se a volte la vita imprenditoriale te la rende complicata. Fuori dal brand c’è una persona che ha conosciuto il sacrificio, la fatica vera, e che sa cosa vuol dire rimboccarsi le maniche quando nessuno ci crede ancora. C’è anche un uomo che sbaglia, che non smette mai di apprendere e che deve ricaricarsi come tutti. Ma sai qual è la cosa che più mi definisce? Il fatto che io non dimentico da dove sono partito. Questo mi tiene ancorato alla realtà e mi ricorda ogni giorno che, prima ancora dei risultati, contano le relazioni, il rispetto e la coerenza con i propri valori.
Longevità: che significato ha per te oggi questa parola?
Per me la longevità non è semplicemente vivere più a lungo. È vivere meglio. È riuscire ad arrivare più avanti possibile con energia, lucidità, dignità. E questo vale a livello fisico, mentale, relazionale, ma anche imprenditoriale. Io non penso alla longevità come qualcosa solo legato all’età. Penso alla qualità del tempo. A come lo riempi. Alle scelte che fai oggi e che costruiscono il tuo domani, un passo alla volta. Nel mio lavoro, la longevità è anche la sostenibilità di ciò che creo. Una palestra non è longeva solo se resta aperta per tanti anni. È longeva se riesce a restare utile, accessibile, vera nel tempo. Se diventa parte della vita delle persone. Ecco, se c’è una parola che associo alla longevità, è innovazione. Ma non quella sterile, da sopravvivenza. L’innovazione che evolve, che cresce, che si adatta restando fedele alla propria identità. La vera sfida, oggi, è costruire benessere che duri, non solo risultati immediati. E credo che su questo io e voi di Longevity Journal siamo molto allineati.
Se togliessimo gli slogan aziendali, i numeri e il business plan: perché esiste davvero FitActive? Qual è il bisogno profondo che ha risposto?
FitActive è nato per dare una possibilità. A chi non si sentiva “all’altezza” di entrare in palestra. A chi non poteva permetterselo. A chi voleva allenarsi quando gli altri dormivano. A chi aveva bisogno di muoversi per stare meglio… ma non sapeva da dove cominciare. È nato per abbattere un muro, non per costruire un impero. Io non ho mai pensato: “farò la catena di palestre più grande d’Italia”. Ho pensato: “c’è un bisogno e nessuno lo sta ascoltando davvero”. Ho voluto creare un luogo che non fosse elitario, giudicante, competitivo. Un luogo dove ti senti accolto, non osservato. Dove la forma fisica è solo un mezzo, non un fine. E sai una cosa? Lo rifarei mille volte. Con tutti gli errori, la fatica, le porte in faccia. Perché oggi so che quello che abbiamo costruito ha migliorato la vita di tante persone. E se anche solo una di loro ha ritrovato fiducia in sé stessa, allora sì: FitActive è nata proprio per questo.
Nelle storie di crescita, raramente si parla degli ostacoli. Che ruolo ha avuto il fallimento nel tuo successo?
Un ruolo centrale. Anzi, senza fallimenti non sarei qui a parlarti oggi. Il successo è solo la punta dell’iceberg. Quello che si vede. Sotto ci sono scelte sbagliate, momenti in cui hai dato tutto… e non è bastato, notti insonni, silenzi pesanti da digerire. Ho avuto periodi in cui ho perso tanto, anche in termini personali. Tempo, relazioni, fiducia. Mi sono sentito solo, più di una volta. Ma ogni volta che sono caduto, mi sono fatto una promessa: non sprecare l’errore. Non rinnegarlo, ma capirlo. Il fallimento ti mette davanti a due strade: o ti blocchi, o ti evolvi. Io ho scelto di evolvermi. E ogni volta che ho sbattuto contro un muro, mi sono detto: “Ok, forse non era il muro sbagliato. Forse era il momento di cambiare passo.” Quindi sì, il fallimento ha avuto un ruolo fondamentale. È stato il mio primo allenatore. Quello più duro, ma anche quello più sincero.
Hai costruito spazi per il corpo, ma in fondo anche per la mente. Quanto credi che il movimento e il fitness incidano sul benessere emotivo delle persone?
Tantissimo. Più di quanto immagini. All’inizio non me ne rendevo conto fino in fondo, ma col tempo mi è stato chiaro: il movimento cambia le persone anche dentro, non solo fuori. Allenarsi non è solo scolpire un muscolo, è liberare la testa, ritrovare energia, ridare voce alla propria autostima. Ho letto e ascoltato storie che mi hanno toccato profondamente. C’è chi ha superato un periodo di depressione grazie alla routine in palestra. Chi è uscito da una relazione tossica e ha trovato, nell’allenamento, un modo per ricominciare da sé. Chi, dopo una malattia, è tornato a sentirsi vivo varcando quella porta. E ogni volta che una persona ci scrive o ci ferma per dirci “grazie”, io mi emoziono davvero. Perché capisco che abbiamo fatto qualcosa che va oltre il business: abbiamo creato uno spazio dove qualcuno si è ritrovato. Questo è il vero valore di FitActive. Non gli abbonamenti venduti, non le aperture. Ma l’effetto che produciamo sulle vite delle persone, anche quando non ce ne accorgiamo. E oggi, più che mai, credo che il fitness abbia una responsabilità sociale. Perché il benessere emotivo non si cura solo con le parole: si costruisce anche con un passo alla volta, un gesto, un respiro, un’ora tutta per sé.
Hai portato un modello nuovo in Italia. Ora che il mercato ti segue, cosa immagini per il futuro? Qual è la prossima frontiera per chi, come te, crea “spazi di benessere”?
La vera sfida non è anticipare il mercato, ma capire le persone. Cosa vogliono davvero. Di cosa hanno bisogno, anche quando non sanno ancora esprimerlo. FitActive è nato da lì: da un’intuizione semplice ma potente. E da un’idea molto chiara di accessibilità, flessibilità e inclusione. Sicuramente sono una persona che ha saputo ascoltare il tempo in cui viveva, e che ha avuto il coraggio di rispondere a un bisogno concreto prima che lo facessero altri. Oggi vedo che molti stanno seguendo un modello simile, e per certi versi questo mi fa piacere. Ma la prossima frontiera non può essere solo il prezzo o l’orario. La vera evoluzione sarà creare esperienze trasformative, non solo spazi per l’allenamento. Luoghi dove allenarsi, certo, ma anche dove educarsi al benessere, ritrovare equilibrio, respirare valori. Credo che il futuro sarà sempre più legato alla fusione tra corpo, mente e comunità. Spazi che motivano, che sostengono, che ti accompagnano. Che non ti fanno sentire un cliente, ma una persona in cammino. E FitActive saprà restare fedele a questo concetto che ci rende identitari e riconoscibili.
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FitActive ha democratizzato l’accesso al fitness. Ma l’accessibilità non è solo economica: è culturale, mentale, relazionale. Quanto è importante per te abbattere le barriere, visibili e invisibili?
Hai centrato il punto: l’accessibilità non è solo “prezzo basso”. È mentalità, è cultura, è abbattere i filtri che impediscono alle persone di sentirsi all’altezza. Io ho sempre pensato che uno dei veri problemi del fitness fosse il giudizio implicito. Palestra = corpo perfetto, outfit giusto, performance. Ma la realtà è diversa. La realtà è che molte persone non entrano in palestra per paura di sentirsi fuori posto. E allora l’accessibilità per me è accoglienza, semplicità, normalità. È dire: «Qui puoi entrare come sei. E va bene così». Certo, l’accessibilità è anche economica — e lì abbiamo fatto la nostra parte. Ma se ti senti a disagio, se nessuno ti saluta, se non trovi uno spazio umano, non torni. Ed è lì che si gioca la vera sfida. Mi piace pensare che FitActive sia diventato per molti un primo passo verso un cambiamento più grande, personale. E questo non ha prezzo. Se c’è una cosa che mi rende orgoglioso è che i nostri centri non sono solo “posti per allenarsi”, ma porte aperte sul benessere, senza etichette, senza esclusioni. Quello, per me, è il significato più profondo di accessibilità.
Se potessi inserire un messaggio motivazionale in ogni spogliatoio d’Italia, quale sarebbe? Una frase tua, un pensiero che lasci alle persone che entrano in un centro FitActive.
Scriverei qualcosa di semplice, ma che arrivi dritto al cuore. Forse direi: «Se corri… ce la fai». Una frase che ho fatto mia da anni e che racchiude sia la caparbietà di iniziare che il coraggio di continuare, non mollare e non arrendersi mai per arrivare al proprio obiettivo. Il mio messaggio per tutti è quello di godersi il percorso e di assaporare ogni momento del proprio viaggio verso la versione migliore di sé stessi, qualsiasi essa sia.
Se un domani ti chiedessero: “Ma tu che cosa hai costruito davvero?”, cosa risponderesti? Non dal punto di vista imprenditoriale, ma dal punto di vista umano. Che eredità senti di lasciare?
Risponderei così: «Ho costruito un modo per dire alle persone: puoi farcela!». Perché in fondo FitActive non è solo una catena di palestre. È un gesto. Un messaggio. Un “ti vedo” rivolto a chi magari non si era mai sentito abbastanza o all’altezza. Dietro ogni apertura, ogni logo, ogni sala attrezzi, c’è un intento: dare qualcosa agli altri che io stesso avrei voluto avere da ragazzo. L’eredità più grande, per me, non sono i numeri. È sapere che, anche in silenzio, qualcuno ha migliorato la propria vita.
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[blockquote align=”none” author=”Leandro Ungaro”]
