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Perchè l’AI sta sostituendo le tue relazioni senza avvisare

di Giando Santamaria
Il collega che non disturbi più la relazione che l'AI sta sostituendo senza avvisare-post

Chiedere all’intelligenza artificiale è più veloce e non ha mai altro da fare. Per questo tre lavoratori su quattro ci portano le domande che una volta facevano a chi sedeva alla scrivania accanto. Il guadagno si vede subito. Il costo arriva dopo, e si misura su uno dei fattori che più pesano sulla durata della vita.

Ti serve sapere come impostare una tabella, se un’email suona troppo brusca, come rispondere a un cliente che contesta un preventivo. Fino a un paio d’anni fa ti saresti girato verso il collega. Oggi apri una finestra e scrivi. Ci metti meno e nessuno ti guarda storto per la domanda banale. La risposta arriva anche alle undici di sera.

Lo fanno quasi tutti. In un sondaggio condotto da MyIQ su oltre ventiduemila persone, il 74% dichiara di chiedere all’intelligenza artificiale cose che prima chiedeva ai colleghi.

Ed è anche una buona notizia, almeno in parte. Workday, che produce software per le risorse umane, ha intervistato lavoratori che usano l’AI nelle grandi aziende. Sei su dieci dicono che da quando la usano il loro rischio di stress o di esaurimento è calato. Chi scrive contro la tecnologia di solito questo dato lo salta. Qui va detto per primo. Lo strumento funziona, e alleggerisce davvero.

Sono sondaggi aziendali, e come tali vanno letti. Ma puntano nella stessa direzione degli studi che vengono dopo.

Il problema è quello che si porta via mentre alleggerisce.

Una conversazione in meno al giorno

Nello stesso sondaggio MyIQ, il 59% delle persone dice di chiedere meno spesso un secondo parere ai colleghi. Il 46% ammette di sapere meno di come i colleghi affrontano i problemi.

La seconda cifra è quella che conta. Una domanda al collega ti porta una risposta, e insieme ti fa scoprire come ragiona e a chi potrai rivolgerti la prossima volta. È così che in un ufficio si costruisce la mappa di chi sa cosa. Tolta la domanda, la mappa smette di aggiornarsi. Nessuno se ne accorge, perché intanto la risposta è arrivata.

Workday ha registrato anche un effetto più sottile. Da quando usano l’AI, il 16% dei lavoratori dice di avere meno pazienza per le chiacchiere. Il caffè senza uno scopo, la domanda fatta a voce invece che per iscritto. Sembrano sprechi, e sono esattamente i momenti in cui si forma la fiducia.

Perché questo riguarda la durata della vita

Qui il discorso lascia l’ufficio.

Nel 2010 un gruppo di ricercatori guidato da Julianne Holt-Lunstad ha riunito i risultati di quasi centocinquanta studi per rispondere a una domanda semplice: le relazioni sociali incidono sulla mortalità? La risposta è stata netta. Chi aveva legami più forti mostrava il 50% di probabilità in più di sopravvivenza nel periodo osservato. Gli autori hanno giudicato l’effetto paragonabile a quello di fattori di rischio consolidati come il fumo.

Nella stessa analisi, la misura più predittiva era l’integrazione sociale nel suo insieme, cioè quanto si è dentro una rete di persone. Contava molto più del semplice vivere da soli o in compagnia.

Per chi lavora, una parte grande di quei legami passa proprio da lì, dalle otto ore al giorno trascorse accanto a qualcuno. Il collega a cui chiedi una cosa di solito non è un amico. Ma è uno dei fili che tengono insieme la rete. E i fili deboli, quelli che si attivano con una domanda banale, sono i primi a spezzarsi quando la domanda smette di passare.

Il circolo

C’è poi un risultato che rende tutto più delicato. Uno studio pubblicato quest’anno su Psychological Science ha seguito per dodici mesi oltre duemila adulti in quattro Paesi occidentali. L’uso dei chatbot a scopo sociale prediceva un aumento della solitudine, e chi si sentiva meno connesso tendeva poi a usarli di più.

Gli autori sono prudenti, e lo sono anche io. La solitudine è stata misurata in modo semplice, e con una misura più ampia dei legami l’effetto non emergeva. Il campione, poi, era più abituato alla tecnologia della media. Ma lo stesso segnale arriva da un’altra ricerca, pubblicata su Harvard Business Review. Tra i lavoratori che usano l’AI regolarmente, soltanto il 12% dice che li ha fatti sentire meno soli.

La forma del meccanismo è chiara. Ci si rivolge all’assistente perché è sempre disponibile e non giudica. E proprio perché non giudica, a lungo andare rende un po’ più faticoso tornare da chi invece qualche volta lo fa.

Il perimetro: cosa dare all’AI e cosa tenere per le persone

Sarebbe facile chiudere dicendo di usare meno l’intelligenza artificiale. Sarebbe anche inutile: nessuno tornerà a interrompere un collega per sapere come si converte un file.

La linea passa altrove, e si può tracciare con precisione. All’AI vanno le domande di fatto e di formato: come si fa, che cosa significa. A una persona vanno le domande di giudizio e di esperienza: tu come lo faresti, ti è mai capitato. Le prime hanno bisogno di una risposta. Le seconde hanno bisogno di qualcuno, e ogni volta che le fai costruisci un pezzo di relazione.

Io la vedo così. Le relazioni in azienda hanno trovato un nuovo intermediario. Prima una domanda passava da una persona all’altra. Oggi passa da una macchina, e la persona saltata non sa nemmeno di esserlo stata.

[QUI UN TUO INSERTO, 3-4 righe] Una scena da una PMI o dall’aula: il titolare che scopre che il suo tecnico più esperto non viene più interpellato da nessuno, il ragazzo nuovo che in tre mesi non ha mai fatto una domanda a voce. Una sola scena vera e il pezzo diventa tuo per intero.

Come si fa, da domattina

La prima regola costa due secondi. Prima di aprire l’assistente, chiediti se c’è qualcuno che sarebbe contento di sentirsi fare quella domanda. Se c’è, la domanda è sua.

La seconda viene da Constance Noonan Hadley, la ricercatrice della Boston University che ha firmato lo studio uscito su Harvard Business Review. Il tempo che l’AI ti fa risparmiare, spendilo con qualcuno, per un pranzo o qualcosa fatto insieme. E configura gli strumenti perché, quando serve, ti rimandino a una persona invece di risponderti.

Quest’ultima cosa sembra complicata. Si fa con un prompt, ed è quello che trovi qui sotto.

LA SFIDA DELLA SETTIMANA

Per cinque giorni, una domanda al giorno che avresti fatto all’AI falla a un collega. Scegline una di giudizio: tu come la imposteresti, ti sembra chiara. Il quinto giorno guarda chi hai coinvolto. Scommetto che almeno uno di loro, entro la settimana dopo, verrà a chiederti qualcosa a sua volta.

IL PROMPT IN REGALO: L’INSTRADATORE

A cosa serve: usare l’AI per avvicinarti alle persone invece che per saltarle.


Ti scrivo una domanda di lavoro che ho in testa: [DOMANDA].
Prima di rispondere, dimmi se è una domanda di fatto oppure di
giudizio o di esperienza.
Se è di fatto, rispondi pure.
Se è di giudizio o di esperienza, non rispondere. Aiutami invece a
capire chi, fra le persone che ho intorno, potrebbe darmi una
risposta migliore della tua. Te le descrivo: [RUOLI O PERSONE].
Poi scrivimi il messaggio breve e informale con cui fargliela.

A cosa non serve: a sostituire la conversazione. Il prompt finisce dove comincia il messaggio che mandi tu.

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