Il medico specialista in anatomia patologica, pneumologia e oncologia clinica racconta sessant’anni di esperienza tra medicina tradizionale e integrata, spiegando il ruolo cruciale dei mitocondri nella salute umana e nella longevità.
Enzo Soresi, medico chirurgo e specialista in anatomia patologica, malattie dell’apparato respiratorio e oncologia clinica, già primario emerito di pneumologia dell’ospedale Niguarda di Milano, ha dedicato la sua vita alla ricerca e alla pratica medica con un approccio sempre innovativo. L’abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del suo ultimo libro, “Il segreto dei mitocondri: strategie biomediche per vivere meglio e più a lungo”, che analizza il ruolo fondamentale di questi organuli, definiti in ambito biochimico come «centrali energetiche» della cellula, e le strategie per mantenerli efficienti. Dalla pneumologia alla medicina integrata, passando per scoperte rivoluzionarie sulla psico-neuro-endocrino-immunologia (PNEI), Soresi traccia un percorso che potrebbe cambiare il nostro modo di concepire la salute e la prevenzione.
Quali sono state le tappe principali della sua carriera?
Mi sono laureato in medicina nel 1963 e ho iniziato il mio percorso come anatomo-patologo, lavorando per cinque anni in questo settore. Ho vissuto in prima persona l’epidemia influenzale di Hong Kong del 1968, che causò migliaia di morti per inadeguate terapie antibiotiche. Nel 1970 sono passato alla pneumologia, lavorando con pazienti affetti da tumore polmonare. Il reparto in cui operavo era quasi interamente occupato da pazienti con forme avanzate di cancro al polmone, molti dei quali destinati a morire nel giro di pochi mesi. In quegli anni mi resi conto che la chirurgia polmonare, per come veniva praticata, non portava a risultati soddisfacenti, perché gli interventi venivano eseguiti anche su tumori avanzati, con conseguenze devastanti per i pazienti.
Finalmente, nel 1992, un gruppo di ricercatori francesi e inglesi condusse una metanalisi su migliaia di studi scientifici, dimostrando che operare i tumori avanzati del polmone non era utile. Nel 1993 fui convocato a Cambridge e scoprii che da quel momento la chirurgia polmonare aveva cambiato radicalmente approccio: da allora si operano solo tumori in fase precoce. Questo fu un grande passo avanti, reso possibile anche dall’introduzione della TAC (tomografia computerizzata) toracica, che permise di individuare i tumori prima che si diffondessero. Nel 1998 lasciai l’ospedale Niguarda per dedicarmi alla medicina preventiva e integrata, un percorso che mi ha portato a sviluppare nuovi approcci terapeutici, sempre supportati dalla scienza.
Quando ha iniziato a interessarsi ai mitocondri?
Nel 2012 ho scoperto uno studio rivoluzionario condotto negli Stati Uniti: alcune biopsie muscolari su sessantenni hanno dimostrato che dopo sei mesi di esercizio fisico mirato, i loro mitocondri tornavano simili a quelli di un diciottenne. Questo mi ha fatto comprendere quanto fosse essenziale l’attività fisica per mantenere la nostra energia cellulare. Da lì ho approfondito il tema e ho scritto il libro “Mitocondrio, Mon Amour”, un testo che ha anticipato molte scoperte attuali. Ho poi cominciato a studiare come i mitocondri possano essere influenzati da diversi fattori, inclusa l’alimentazione, il sonno e persino lo stress emotivo. Questo mi ha portato a elaborare strategie concrete per migliorare la salute mitocondriale, che ho riassunto nel mio ultimo libro.
Perché i mitocondri sono così importanti?
I mitocondri sono gli organelli che producono l’energia necessaria per il funzionamento di ogni cellula del nostro corpo. Sono presenti in tutte le cellule eucariote e derivano da batteri ancestrali che hanno avviato un processo di endosimbiosi (cioè una particolare forma di simbiosi nella quale un organismo vive all’interno di un altro organismo, con le caratteristiche di mutuo beneficio, ndr) milioni di anni fa.
Un mitocondrio sano garantisce un metabolismo efficiente, mentre un mitocondrio danneggiato porta a invecchiamento precoce, malattie croniche e degenerative. Il loro ruolo va ben oltre la semplice produzione di energia: sono coinvolti nei processi di apoptosi, cioè la morte cellulare programmata, nella risposta immunitaria, nella regolazione dell’infiammazione e perfino nella produzione di neurotrasmettitori. Un’alterazione della loro funzionalità è stata associata a molte patologie, dalle malattie neurodegenerative come l’Alzheimer e il Parkinson, fino al cancro e al diabete. Ciò che ho scoperto negli anni è che mantenere i mitocondri in salute significa proteggere l’intero organismo. E questo si può fare attraverso scelte quotidiane ben precise: attività fisica costante, alimentazione mirata e l’uso di alcuni integratori specifici come il coenzima Q10, fondamentale per la respirazione cellulare.
Quali sono i principali fattori che danneggiano i mitocondri?
Lo stress ossidativo, la cattiva alimentazione, l’abuso di farmaci, l’inquinamento e la sedentarietà. Per esempio, alcuni antibiotici fluorochinolonici possono provocare danni irreversibili ai mitocondri in soggetti predisposti, causando una sindrome nota come fluoroquinolone toxicity syndrome. Questo spiega perché alcune persone, che ho anche conosciuto e avuto come pazienti, sviluppano invalidità dopo terapie antibiotiche con potenti battericidi come gli idrossifluoro chinolonici. Oltre ai farmaci, anche un’alimentazione ricca di zuccheri e povera di micronutrienti essenziali può compromettere la funzionalità mitocondriale. Il metabolismo del glucosio produce più radicali liberi rispetto a quello dei grassi, portando a un accumulo di stress ossidativo che danneggia i mitocondri nel tempo.
Anche la sedentarietà è nemica dei mitocondri. Molti studi e casi da me trattati dimostrano che chi conduce una vita attiva ha mitocondri più efficienti rispetto a chi è sedentario. L’esercizio fisico non solo stimola la produzione di nuovi mitocondri, ma migliora anche la loro capacità di utilizzare l’ossigeno, aumentando la resistenza e riducendo il rischio di malattie metaboliche.
Tra i vari stimoli per le sue ricerche, i casi riportati dai suoi pazienti che ruolo hanno giocato?
Assolutamente primario. Molte delle scoperte più significative della mia carriera sono nate dall’osservazione diretta dei pazienti. Negli anni 70, per esempio, ricordo un caso di un uomo con tumore polmonare avanzato che rifiutò la chemioterapia e si curò con il vischio, una terapia della medicina derivata dagli studi di Rudolf Steiner. Dopo tre mesi, il tumore si era ridotto spontaneamente del 50%. Questo episodio mi spinse a studiare meglio le terapie integrate e, sempre nel contesto dei tumori polmonari, iniziai ad applicare anche il metodo Simonton, una terapia complementare per pazienti oncologici che combina visualizzazione guidata, rilassamento e supporto psicologico. Promuove un atteggiamento positivo, riduce lo stress e coinvolge il paziente e la sua famiglia attivamente nella cura. Ancora oggi, esiste a Torino una scuola dedicata al metodo Simonton: io stesso collaboro con alcuni counselor specializzati e utilizzo questa terapia integrata da oltre 30 anni. Un altro caso, negli anni 80, fu un paziente con un tumore alla pleura, una patologia molto aggressiva. Lo seguii anche in questo caso con un percorso terapeutico combinato: chemioterapia, chirurgia, radioterapia, immunoterapia e nutrizione. Visse molto più a lungo di quanto previsto, con una qualità di vita dignitosa. Questo mi fece capire che l’approccio olistico poteva fare la differenza.
Quali sono le implicazioni di queste scoperte sulla medicina del futuro?
Se riusciamo a dimostrare che alcune persone nascono con mitocondri più fragili, questo cambierà radicalmente il modo in cui interpretiamo molte patologie. Significherà riconsiderare diagnosi e terapie per sindromi oggi trascurate, come la fibromialgia, il long Covid e alcune forme di stanchezza cronica. Molti pazienti che soffrono di queste condizioni vengono spesso etichettati come psicosomatici, ma in realtà potrebbero avere un problema mitocondriale non diagnosticato.
L’idea di una medicina del futuro basata sui mitocondri apre scenari incredibili: terapie mirate in grado di ripristinare la funzionalità cellulare, prevenzione personalizzata basata sulla valutazione della salute mitocondriale e persino nuovi parametri per definire lo stato di benessere di una persona. Oggi i protocolli di diagnosi e terapia sono spesso generici, mentre in futuro potremmo avere un approccio su misura, tarato sulle reali necessità del metabolismo di ciascun individuo. Questo avrebbe un impatto enorme non solo sulla qualità della vita, ma anche sulla durata stessa della vita. Un altro aspetto interessante riguarda la possibilità di riconoscere l’invalidità per quei pazienti con una compromissione mitocondriale severa. Se dimostriamo che alcuni individui hanno un deficit energetico irreversibile a livello cellulare, diventa eticamente e scientificamente doveroso riconoscere questa condizione come una patologia a tutti gli effetti.
Sta collaborando a nuove ricerche in questo ambito?
Sì, sto collaborando con il professor Massimiliano Ruscica del Policlinico di Milano su un test innovativo chiamato Mito Stress Test, che permette di valutare la funzionalità dei mitocondri estratti dai globuli bianchi. Abbiamo già rilevato forti anomalie nei pazienti con long Covid, fibromialgia e sindromi da affaticamento cronico. Questi pazienti, anche se apparentemente sani dal punto di vista degli esami clinici tradizionali, mostrano mitocondri incapaci di rispondere adeguatamente allo stress metabolico. Questo spiegherebbe sintomi come la fatica persistente, la difficoltà di concentrazione e la scarsa resistenza fisica. Se vogliamo trovare una cura efficace per il long Covid, sono convinto che dobbiamo concentrarci sulla riparazione dei mitocondri. E questo non riguarda solo i farmaci: anche intervenire sullo stile di vita, come l’alimentazione, l’integrazione mirata e la riabilitazione fisica, possono fare la differenza.
E per quanto riguarda Alzheimer e Parkinson? Anche in questo caso c’è un legame con i mitocondri?
Sì, è ormai dimostrato che i mitocondri giocano un ruolo chiave nelle malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson. Quando i mitocondri iniziano a funzionare male, si accumulano radicali liberi e stress ossidativo nel cervello, che portano alla degenerazione dei neuroni. Questo processo inizia molto prima della comparsa dei sintomi, quindi riuscire a preservare la funzionalità mitocondriale potrebbe essere una strategia vincente per prevenire queste patologie. Negli ultimi anni, si sta studiando molto l’effetto di alcuni integratori, come il coenzima Q10 e il NAD+, che sembrano aiutare a mantenere i mitocondri attivi più a lungo. Anche l’attività fisica gioca un ruolo cruciale: l’esercizio aerobico è in grado di stimolare la biogenesi mitocondriale, ovvero la creazione di nuovi mitocondri, che aiuta a mantenere giovane il cervello. Un altro approccio interessante riguarda la restrizione calorica e il digiuno intermittente, che sembrano migliorare l’efficienza mitocondriale e ridurre il rischio di malattie neurodegenerative. Stiamo entrando in un’era della medicina in cui capire come ottimizzare i mitocondri potrebbe essere la chiave per vivere non solo più a lungo, ma anche meglio.
Qual è il messaggio che vorrebbe lanciare con questa intervista?
Che la nostra salute dipende dai mitocondri e dalle scelte quotidiane. Mangiare bene, muoversi, evitare stress ossidativo e sostanze tossiche non sono solo consigli, ma vere e proprie strategie per vivere più a lungo e meglio. Se comprendiamo l’importanza dei mitocondri, possiamo cambiare il nostro destino biologico. Inoltre, consiglio ai colleghi e alle colleghe di avere un approccio olistico quando visitano i propri pazienti: oggi la medicina tradizionale si concentra ancora troppo sulla “carrozzeria” e poco sul “motore”.
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