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Giuseppe Passarino: «Il modo in cui viviamo influisce profondamente sul processo di invecchiamento»

di Annarita Cacciamani

Un’alimentazione ipocalorica con un ridotto apporto di proteine animali è associata a una maggiore longevità e a una forte riduzione del rischio di malattie cardiovascolari, tumori e patologie degenerative.

Professore ordinario di Genetica all’Università della Calabria, Giuseppe Passarino si occupa di longevità da diversi anni. In questa intervista ci spiega come lo stile di vita, l’alimentazione e lo studio dell’età biologica siano le vere chiavi per comprendere e governare il processo di invecchiamento, ben prima che arrivi la vecchiaia.

Nei suoi studi sulla longevità ha spesso analizzato il rapporto tra genetica e ambiente. Oggi quanto è corretto attribuire la longevità principalmente ai geni, rispetto invece a fattori come stile di vita e contesto?

Dal punto di vista genetico non è possibile separare completamente geni e ambiente, perché i geni funzionano sempre in relazione al contesto in cui una persona vive. Un esempio chiaro è l’aumento dell’altezza media degli italiani tra gli anni ‘50 e ‘90: i geni non sono cambiati in modo significativo, ma migliori condizioni alimentari, maggiore disponibilità di proteine, la possibilità di fare più sport e altre attività hanno permesso a quei geni di esprimersi diversamente. Lo stesso vale per la longevità. I geni lavorano insieme all’ambiente e il modo in cui viviamo durante tutta la vita influisce profondamente sul processo di invecchiamento. Oggi sappiamo che, per comprendere davvero come si invecchia e da cosa dipenda la longevità, è fondamentale osservare ciò che accade prima della vecchiaia, teoricamente fin dalla nascita, ma soprattutto dai 25 anni in poi. Alimentazione, attività fisica e impegno cognitivo hanno un ruolo centrale.

C’è anche un altro aspetto importante: alcuni comportamenti possono avere effetti diversi nelle varie fasi della vita. Per esempio, un’alimentazione iperproteica utile a incrementare la massa muscolare tra i 20 e i 30 anni può migliorare alcune performance ma avere effetti negativi in età avanzata. La longevità è quindi il risultato cumulativo di ciò che si fa nell’arco dell’intera esistenza.

Le ricerche sui centenari italiani hanno evidenziato caratteristiche ricorrenti. Quali sono gli elementi più solidi che emergono da questi studi, al di là delle differenze individuali?

Uno degli elementi più solidi riguarda i geni associati ai processi infiammatori. L’infiammazione cronica rappresenta infatti uno dei principali fattori di rischio per molte patologie legate all’età, come tumori, malattie cardiovascolari e malattie neurodegenerative. I centenari mostrano spesso profili genetici che favoriscono un migliore controllo dell’infiammazione.

Un altro aspetto importante riguarda i geni collegati alla nutrizione, la cui variabilità è fortemente correlata con la longevità. Non è un caso che molti dei geni associati alla longevità siano anche quelli che rispondono positivamente a uno stile di vita corretto.

Esistono naturalmente differenze individuali: alcune persone hanno una predisposizione genetica maggiore a vivere a lungo, altre minore. Tuttavia, la ricerca mostra chiaramente che comportamenti salutari aiutano tutti, anche se in misura diversa. Il fumo, per esempio, resta un fattore sicuramente negativo, anche se esistono persone con un profilo genetico che sembra renderle più resistenti ai suoi effetti.

Si parla sempre più di “età biologica” rispetto a quella anagrafica. Dal punto di vista della ricerca, quanto questo concetto è davvero utile per descrivere come invecchiamo?

Il concetto di età biologica è molto utile perché permette di capire quanto il nostro organismo sia realmente efficiente e in grado di affrontare l’invecchiamento. Molti degli stili di vita associati alla longevità mostrano effetti evidenti anche sull’età biologica. In particolare, le ricerche più recenti stanno cercando di capire in che modo l’alimentazione influenzi direttamente questi parametri.

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È ormai piuttosto chiaro che stili di vita corretti hanno un impatto positivo sull’età biologica. Dal punto di vista della ricerca questo approccio è molto importante perché consente di valutare l’efficacia concreta degli interventi: se un determinato comportamento o intervento modifica l’età biologica, significa che a livello molecolare e cellulare l’organismo sta effettivamente invecchiando in modo diverso rispetto a quanto ci si aspetterebbe.

Nel suo lavoro ha esplorato il ruolo di metabolismo e alimentazione nei processi di invecchiamento. Quanto è forte oggi l’evidenza che la dieta possa influenzare in modo significativo la longevità?

Le evidenze oggi sono molto forti. Negli animali è stato dimostrato chiaramente che la dieta può modificare sia la durata sia la qualità della vita. Nell’uomo i risultati sono più recenti e naturalmente più complessi da studiare, ma la direzione è molto chiara.

Numerose ricerche degli ultimi 10-15 anni mostrano che un’alimentazione ipocalorica, soprattutto tra i 25 e i 65 anni, e con un ridotto apporto di proteine animali è associata non solo a una maggiore longevità, ma anche a una forte diminuzione dell’incidenza di malattie cardiovascolari, dei tumori e delle malattie degenerative.

Le evidenze arrivano da più ambiti della ricerca e risultano molto coerenti tra loro. Alimentazione corretta e attività fisica rappresentano quindi una condizione necessaria per favorire un invecchiamento sano. Per gran parte della sua storia evolutiva, l’essere umano ha avuto come obiettivo principale la sopravvivenza fino ai 50 anni, in un contesto in cui la mortalità infantile era molto elevata. Solo nell’ultimo secolo la situazione è cambiata radicalmente: oggi il problema non è più sopravvivere abbastanza a lungo, ma capire come vivere più a lungo in buona salute.

Guardando all’insieme delle sue ricerche, qual è secondo lei il risultato più importante che potrebbe avere un impatto concreto sulla prevenzione e sulla salute della popolazione?

Uno degli obiettivi più importanti su cui stiamo lavorando riguarda il miglioramento della definizione dell’età biologica. Gli strumenti oggi disponibili non sono ancora ottimali. Stiamo sviluppando strumenti che permettano di definire meglio l’età biologica grazie a studi longitudinali che hanno seguito persone per oltre vent’anni, osservando come sono invecchiate e quali problematiche hanno sviluppato nel tempo.

L’obiettivo è costruire modelli non solo descrittivi ma anche predittivi, capaci cioè di individuare segnali precoci che possano far prevedere il rischio futuro di malattie cardiovascolari, tumori o patologie neurodegenerative. Riuscire a definire meglio l’età biologica e comprendere in anticipo quali persone siano più esposte a determinate problematiche potrebbe avere un impatto molto importante sulla prevenzione e sulla salute pubblica.

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