Un percorso tra tecnologia, consapevolezza e leadership che sfida il recruiting tradizionale, costruendo un ponte tra esigenze aziendali e benessere umano.
Jacopo Boscolo è un professionista che guarda lontano, un marketer che si è “prestato” al recruiting per ripensare il futuro della gestione delle persone in azienda. La sua visione, che combina tecnologia e tocco umano, riflette un approccio sostenibile e lungimirante, capace di creare valore a lungo termine per le organizzazioni e le persone che ne fanno parte. Come Technology Evangelist di Zucchetti, Boscolo promuove un nuovo equilibrio tra innovazione e connessione umana, ponendo solide basi per un futuro HR resiliente. In questa intervista per Longevity Journal, racconta come costruire sistemi e strategie destinati a durare.
Di cosa si occupa in questo momento?
Sono Technology Evangelist nella divisione HR di Zucchetti. Questo job title potrebbe suonare nuovo, e magari vi state chiedendo: cosa fa un Evangelist? La parola deriva dal greco e significa “colui che porta buone notizie”. Nel mio caso, la mia missione è raccontare agli HR italiani che esiste un modo migliore per gestire le persone in azienda. Un approccio che libera dalle attività ripetitive e permette di entrare in vera connessione con candidati e dipendenti.

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Il mio lavoro consiste nel portare il punto di vista dell’azienda alla comunità HR, guidandola verso una consapevolezza maggiore sui problemi che affrontiamo, più che sulle soluzioni tecnologiche. Tutti criticano i recruiter e gli HR, ma sono convinto che possano avere un impatto incredibile in azienda. Un’assunzione sbagliata o una persona che va via possono costare moltissimo e rappresentare un granello di sabbia che entra in un macchinario e lo blocca, creando a sua volta problemi al core business. Sono convinto che spesso dietro a un business problem si nasconda un people problem.
Come è arrivato al ruolo attuale?
Sono laureato in Legge, ma ho sempre avuto una passione per tecnologia e innovazione. La mia tesi di laurea era proprio su “Tecnologia e Diritto”. Da allora, mi guida una domanda che appartiene al mondo delle startup: «Non c’è un modo migliore per fare questa cosa?».
Il mio percorso si divide in tre fasi principali. Il primo step è quando, nel 2013, ho iniziato a fare il Career coach in una società di outplacement. In quel periodo si iniziava a parlare di personal branding e iniziava ad essere usato LinkedIn, e io introdussi queste strategie e strumenti di marketing digitale nella società, sia per supportare i candidati in transizione sia per supportare l’attività commerciale di acquisizione clienti. Il progetto ebbe molto successo e mi permise di fare un secondo passaggio, ossia quello di diventare recruiter specializzato in profili Sales & Marketing in una delle maggiori società al mondo. Con il senno di poi, l’esperienza si rivelò abbastanza deludente: l’attenzione verso le persone era scarsa e le tecnologie per trovare i candidati e per intercettare le aziende clienti (mi occupavo di sviluppo del business nel 50% del tempo) erano davvero poco innovative. Sempre con la mia domanda guida in testa, abbandonai l’azienda che non era ricettiva al cambiamento e mi decisi a varcare la soglia. Abbandonai il mio lavoro sicuro da dipendente per entrare a tempo pieno nel mondo sconosciuto ma affascinante del Digital Marketing. Passai sei mesi a leggere qualunque cosa sul tema e investii i miei risparmi e il mio tempo per sviluppare le mie competenze. Alla fine di questo anno frenetico ero pronto. Decisi di fare i bagagli e iniziare la mia nuova avventura da libero professionista.
Grazie alla mia precedente esperienza nel settore delle Risorse Umane, sono entrato in contatto con Inrecruiting, una startup del Politecnico di Torino che in quel periodo aveva iniziato a rivoluzionare il settore della selezione in Italia con il suo Recruiting Software ATS. Diventai il loro Responsabile Marketing entrando, grazie ai miei contenuti, in profondo contatto e risonanza con i professionisti HR italiani. Negli anni, l’azienda è cresciuta sempre di più, sviluppando anche soluzioni di Intelligenza Artificiale e diventando leader in questo settore, per poi essere acquisita da Zucchetti, la più grande azienda italiana di software. Un bel risultato, pensando che il progetto era iniziato in una stanza con meno di dieci persone!
Quale lezione importante ha appreso dalle sfide più difficili affrontate nella sua carriera?
Per me il lavoro è fonte di soddisfazione e significato. Ma questo porta anche un effetto collaterale: molte volte mi sono trovato a sperimentare sul mio corpo gli effetti dello stress per eventi legati proprio al lavoro, rischiando praticamente il burnout. Negli anni posso dire che due principi mi hanno aiutato a ricontestualizzare e gestire le situazioni lavorative difficili.

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Il primo è legato al concetto di accettazione, ho fatto mia una frase che ho letto tempo fa: «Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso, e la saggezza per conoscere la differenza». Spesso chi, come me, vuole innovare e risolvere i problemi nel contesto lavorativo “non se ne fa una ragione” e non accetta quel che non può cambiare. Invece, a volte è fondamentale capire i propri limiti e quelli del contesto organizzativo in cui ti trovi ogni volta ad operare.
La seconda deriva dal principio di Pareto, noto anche come regola dell’80/20, che suggerisce che, in molti contesti di business, l’80% dei risultati deriva dal 20% delle cause. Questo principio è utilizzato per individuare e potenziare le aree di maggior impatto, ottimizzando risorse, tempo e strategie per massimizzare i risultati. Per me questo è fondamentale, in quanto, come esploratore e creativo, vorrei spesso percorrere troppe strade contemporaneamente. Invece, mi ricorda di fermarmi, selezionare, potenziando così esponenzialmente i miei risultati. Chiaramente entrambi i principi sono un esercizio costante e vado spesso fuori strada. Ma sono convinto che sia la direzione e non la strada a contare.
Che consiglio darebbe a se stesso all’inizio del percorso professionale?
Goditi il viaggio, sarà emozionante, a volte difficile e sempre meraviglioso.
Come comunica la sua visione e quale impatto ha avuto sulla sua comunità o sul suo team?
Il mio ruolo è sempre stato in qualche modo proteso verso l’esterno. Da quando mi occupo di Evangelism, ancora di più: seminari, LinkedIn, articoli, podcast, video micro-content, post social sono tutte tipologie di contenuti che quotidianamente produco. Ma dopo molti anni sono sempre più convinto che non sia la forma ad essere importante, ma il messaggio profondo che veicoli. La Storia (con la S maiuscola). Oggi, con l’esplosione dell’Intelligenza Artificiale Generativa, esiste un’enormità di contenuti superficiali e banali. E aumenteranno sempre di più. Ma quello che fa la differenza è il lavoro preparatorio di filtro, di riflessione, di costruzione di metafore e analogie, e la capacità di costruire messaggi profondi. Il mio non è un lavoro di vendita, ma di costruzione di una community legata da una storia comune che condivide un determinato punto di vista. Immagina una festa: l’Evangelist è sulla porta e la tiene aperta, controlla le persone che entrano, apre conversazioni con loro, mette dei cartelli che indicano che dentro c’è un movimento e dà il benvenuto alle persone e le incoraggia a dare un’occhiata, anche se non sono intenzionate ad entrare. È qualcuno che sa tutto quel che succede dentro, può sentire molte delle domande che ci sono all’esterno e che può raccontare e motivare le persone ad approfondire un certo punto di vista che renderebbe l’entrare alla festa interessante o utile per loro. Capisci che i formati o i canali in questa narrazione sono strumenti e diventano secondari?
Quali pratiche adotta per il benessere mentale e fisico?
Dopo anni di stop, ho ripreso attività fisica costante, iniziando la pratica del Pilates e dell’Animal Movement (movimenti ispirati agli animali in quadrupedia con molti benefici per la mobilità e la flessibilità del corpo, ndr). Entrambe queste pratiche lavorano sulla consapevolezza corporea. Ogni movimento è lento e controllato, e tu devi essere pienamente presente nel momento e prestare attenzione a come il corpo si muove nello spazio. Questa attenzione al corpo aiuta a sviluppare una consapevolezza profonda di sé, che può ridurre la distrazione mentale e migliorare la capacità di concentrarsi nella vita quotidiana. E per chi lavora al computer, l’impatto è incredibile!

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Recentemente cercavo “un po’ più di azione” e all’alba dei 40 anni mi sono lanciato in una nuova avventura, iniziando la pratica del Brazilian Jiu-Jitsu (BJJ): un’arte marziale focalizzata sul combattimento a terra. È noto per l’uso di prese, leve e strangolamenti per controllare e sottomettere l’avversario, anche quando quest’ultimo può essere fisicamente più forte o più grande. Anche se è una pratica recente, il Brazilian Jiu-Jitsu mi ha trasferito un concetto che trovo molto utile nel lavoro e che vorrei condividere con voi: che non esiste posizione da cui non si possa uscire. Questa idea è uno degli insegnamenti più potenti del BJJ, sia sul piano tecnico che psicologico. Ogni posizione ha una soluzione o un metodo di uscita, anche se può richiedere un grande sforzo, pazienza o precisione tecnica. Questo approccio al problem-solving insegna che non esistono situazioni senza speranza: basta mantenere la calma, trovare il modo giusto e usare la tecnica per ribaltare la situazione. Esattamente come nel lavoro!
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