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La desalinizzazione in profondità: come il mare può risolvere la crisi idrica

di Riccardo Pallotta
Freepik wirestock Isola di kvaloya-island-norway

In Norvegia il primo impianto di desalinizzazione sottomarina al mondo è entrato in funzione quest’anno.

 

A centinaia di metri sotto la superficie dell’oceano, dove la luce del sole non arriva più e il mare esercita una pressione immensa, ha preso forma una possibile risposta a una delle crisi più urgenti del nostro tempo: la scarsità di acqua dolce. Nel 2026, al largo della Norvegia, è entrato in funzione il primo impianto di desalinizzazione sottomarino su scala commerciale al mondo. Un progetto che prometteva (e ha mantenuto) di cambiare radicalmente il modo in cui trasformiamo l’acqua di mare in acqua potabile. Non si trattava di un nuovo maxi impianto costiero, né di un’infrastruttura visibile dalla terraferma. Al contrario, la tecnologia sviluppata dalla startup norvegese “Flocean” si nascondeva sul fondale marino, sotto forma di capsule silenziose che sfruttavano una forza naturale finora sottoutilizzata: la pressione dell’oceano.

Perché la desalinizzazione tradizionale non basta più

La desalinizzazione era già una componente chiave della sicurezza idrica globale. Oltre 300 milioni di persone nel mondo dipendevano da questa tecnologia, che forniva circa l’1% dell’acqua dolce disponibile. Ma il prezzo da pagare era alto. Gli impianti terrestri richiedevano enormi quantità di energia per pressurizzare l’acqua di mare, occupavano vaste aree costiere e genervaano scarichi di salamoia concentrata che possono danneggiare gli ecosistemi marini. In un mondo sempre più colpito da siccità, stress idrico e aumento della domanda, trainata dalla crescita demografica e da industrie assetate d’acqua come data center, manifattura avanzata e semiconduttori, questi limiti stavano diventando insostenibili.

INTERNA_water-treatment-plant-7382931_1280L’idea che arriva dal mare profondo e che facilita i processi

Flocean” ha scelto di ribaltare l’approccio tradizionale. Invece di combattere contro il mare, la tecnologia ha sfruttato le sue condizioni naturali. Le capsule di desalinizzazione vengono posizionate tra i 300 e i 600 metri di profondità, dove la pressione idrostatica esercitata dalla colonna d’acqua è sufficiente a spingere l’acqua di mare attraverso le membrane dell’osmosi inversa. Questo ha significato ridurre drasticamente l’energia necessaria per il processo. Secondo l’azienda, il consumo energetico e le emissioni di gas serra sono potuti diminuire dal 30 al 50% rispetto agli impianti terrestri tradizionali.

Le profondità marine offrono un altro vantaggio cruciale. Al di sotto dei 200 metri, la luce solare è quasi assente e la fotosintesi si arresta. Di conseguenza, l’acqua contiene meno alghe, batteri e inquinanti organici. Questo semplifica il pretrattamento, riduce l’uso di infrastrutture e abbassa ulteriormente costi e impatti ambientali. Non è solo una questione di efficienza tecnica, ma di ridisegnare l’intero ciclo della desalinizzazione rendendolo più compatibile con gli ecosistemi marini.

Dal progetto pilota alla scala industriale meno invasiva per gli ecosistemi marini

Il primo impianto, “Flocean One”, è stato avviato a inizio 2026 nel polo industriale di Mongstad, in Norvegia. Nella fase iniziale ha prodotto circa 1.000 metri cubi di acqua dolce al giorno, ma la struttura modulare consente una rapida espansione fino a 50.000 metri cubi quotidiani. Ogni capsula fornisce acqua potabile a circa 37.500 persone al giorno. Un altro elemento chiave è stato la riduzione dell’impatto territoriale. Il sistema ha richiesto fino al 95% in meno di suolo costiero, eliminando molti degli ostacoli legati a permessi, conflitti d’uso e opposizione locale. Anche i costi di capitale, secondo “Flocean”, si sono ridotti di sette-otto volte per unità di capacità. Uno dei punti più critici della desalinizzazione tradizionale è stato inoltre lo scarico di salamoia. Nel modello sottomarino, le infrastrutture di pretrattamento si sono ridotte del 60% e lo scarico, privo di sostanze chimiche, avviene in profondità, lontano dagli habitat costieri più sensibili. Un cambiamento che potrebbe attenuare uno dei principali conflitti ambientali legati a questa tecnologia.

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Photo: Unsplash / Thant Aung

Un’innovazione che il mondo sta osservando

Il progetto non è passato inosservato. “Flocean” è stata inserita dal TIME tra le migliori invenzioni del 2025, unica tecnologia di desalinizzazione presente nella lista. A novembre, l’azienda ha inoltre ottenuto un investimento strategico da “Xylem Inc.”, uno dei principali attori globali nel settore delle soluzioni idriche. Il modello operativo è quello del “Build-Own-Operate”: “Flocean” costruisce e gestisce gli impianti, vendendo l’acqua come servizio attraverso accordi di lungo periodo. I primi progetti sono stati già in discussione in Europa, nel Mediterraneo, nel Mar Rosso, nell’Oceano Indiano e in diverse nazioni insulari.

Il mare come infrastruttura del futuro

Secondo le Nazioni Unite, entro il 2030 la domanda globale di acqua dolce potrebbe superare l’offerta del 40%. In questo scenario, la desalinizzazione sottomarina non appare come una soluzione miracolosa, ma come un possibile cambio di paradigma. Spostare le infrastrutture dove l’ambiente lavora a favore dell’uomo, e non contro di lui. Se la promessa verrà mantenuta, il futuro dell’acqua potrebbe non essere costruito lungo le coste, ma nascosto nelle profondità dell’oceano.

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Photo cover: Freepik / wirestock 

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