Quando l’intelligenza artificiale dà ragione al medico, il paziente gli crede di più. Quando lo contraddice, comincia a pensare che sia stato pigro. Ogni settimana trecento milioni di persone chiedono a ChatGPT della propria salute, e la domanda su cui si sta discutendo non è quella giusta.
Ogni settimana più di 300 milioni di persone si rivolgono a ChatGPT per domande sulla salute, per comprendere il risultato di un esame, prepararsi a una visita, capire meglio ciò che ha detto un medico o adottare abitudini più sane. Anche fosse gonfiato della metà, resterebbe la più grande consultazione sanitaria informale mai esistita.
Da gennaio esiste anche uno spazio dedicato. ChatGPT Salute è in distribuzione graduale negli Stati Uniti e consente di collegare in modo sicuro le proprie informazioni sanitarie, per comprenderle meglio e gestire più consapevolmente la propria salute. Si collegano cartelle cliniche e app di benessere per capire i risultati degli esami, prepararsi agli appuntamenti, ricevere indicazioni su alimentazione e allenamento. È attesa in Europa.
Il lavoro dietro non è improvvisato. Il progetto è durato due anni e ha coinvolto oltre 260 medici di 60 Paesi, e OpenAI chiarisce fin da subito i limiti dello strumento: non prende il posto dei professionisti sanitari e non fornisce diagnosi o terapie.
Tutto corretto. E tutto irrilevante rispetto a quello che sta succedendo davvero.
Fino a ieri, quando un medico ti diceva che potevi chiedere un secondo parere, intendeva una cosa sola: vai da un altro medico. Lo ha fatto notare S. Shyam Sundar della Penn State, che ha guidato uno studio uscito quest’estate sull’International Journal of Human-Computer Studies.
I ricercatori hanno simulato consultazioni in cui un medico si confrontava con un assistente artificiale. Quando l’intelligenza artificiale dava ragione al medico, i pazienti giudicavano la sua valutazione più credibile. Quando lo contraddiceva, aumentava la percezione di incertezza medica e di pigrizia del dottore.
Vale la pena fermarsi su quella parola. Pigrizia. Non errore, non opinione diversa: il paziente ha concluso che il medico non si fosse impegnato abbastanza. E l’effetto, in entrambe le direzioni, si manifestava soltanto quando il medico veniva percepito come più umano.
È qui che il discorso tocca la longevità, e non nel modo che ci si aspetta. La qualità delle cure lungo trent’anni non dipende soltanto dalla bravura di chi ti visita. Dipende da quanto gli credi quando ti dice una cosa che non ti piace, e da quanto sei disposto a tornarci.
Qui bisogna essere onesti, perché la storia dell’allarme è comoda e sta già circolando: la gente smetterà di andare dal medico.
Un esperimento sul campo che ha dato a un gruppo di pazienti l’accesso a un assistente prima della visita ha misurato proprio questo, e non ha trovato differenze nella percentuale di chi poi si presentava all’appuntamento. Chi aveva usato il chatbot andava dal medico come gli altri, comprava i farmaci prescritti come gli altri, faceva gli esami come gli altri. Il lavoro è un preprint e va preso con la cautela che merita, ma va nella direzione opposta al panico.
Quindi l’intelligenza artificiale non ci sta portando via dagli ambulatori. Sta cambiando come ci entriamo.
Le risposte sbagliate ci sono sempre state. Le dava il vicino di casa, poi il forum, poi il motore di ricerca, e nessuno di quei passaggi ha cambiato granché il rapporto con il medico. Stavolta però la risposta arriva personalizzata, argomentata, gentile e infinitamente paziente. E quindi entra in ambulatorio insieme a te, sotto forma di convinzione già formata.
Chi ci rimette non è chi si fida troppo dell’intelligenza artificiale. È chi ha smesso di fare la domanda scomoda al medico perché gli sembrava di avere già capito.
Un imprenditore mi ha raccontato di essersi presentato dal medico con la stampa di una conversazione con ChatGPT, contestando ogni sua valutazione solo perché l’AI sosteneva qualcosa di diverso. Informarsi è utile, ma usare ChatGPT per sostituirsi al medico — o per metterne continuamente in discussione la competenza — non è certo l’atteggiamento più corretto.
Come si usa bene
C’è un modo semplice per stare dalla parte giusta, e sta nella descrizione stessa dello strumento: usarlo prima della visita per formulare domande migliori, non dopo per verificare se il medico ha detto la cosa giusta. Il primo uso ti rende un paziente più utile a te stesso. Il secondo trasforma la visita in un processo in cui il medico è l’imputato.
E poi una cosa che quasi nessuno fa: dirglielo. Arrivare dicendo che si è letto qualcosa e che si vorrebbe capire se vale per il proprio caso cambia completamente la conversazione. La trasforma da confronto silenzioso in domanda vera, e restituisce al medico l’unica cosa che nessun assistente possiede: la possibilità di guardarti in faccia mentre rispondi.
LA SFIDA DELLA SETTIMANA
Alla prossima visita, qualunque essa sia, prova questo.
Prima: scrivi le tre cose che vuoi assolutamente aver capito quando esci da quella stanza. Non i sintomi, le domande.
Durante: se hai letto qualcosa, dillo. Una frase basta.
Dopo: rileggi le tre domande. Quelle rimaste senza risposta sono la tua lista per la prossima volta, non materiale da dare in pasto a un assistente la sera stessa.
IL PROMPT IN REGALO — “Le domande, non le risposte”
A cosa serve: arrivare preparato a una visita, senza arrivarci già convinto.
Sto per fare una visita medica per questo motivo: [MOTIVO].
Non dirmi cosa potrei avere. Non fare ipotesi diagnostiche e non suggerire terapie. Fai solo due cose: spiegami in parole semplici i termini che non conosco fra questi [TERMINI O REFERTO]; preparami sei domande da fare al medico, dalla più ovvia alla più scomoda, comprese quelle che spesso ci si dimentica di fare.
Se ti chiedo una diagnosi, ricordami che non è il tuo compito.
A cosa non serve: a decidere niente. Se dopo averlo usato ti senti più sicuro di prima, l’hai usato male. Dovrebbe lasciarti con più domande e non con meno dubbi.