Raccogliere dati, analizzare criticità e sviluppare nuove opportunità per un comparto in crescita. Intervista a Maurizio Rosellini, presidente di Final Furlong, rete di imprese che realizza iniziative ed eventi rivolti all’universo ippico ed equestre.
Creare reti di studio e scambio culturale tra ricercatori, università, centri di ricerca e imprese, per condividere dati e approfondimenti sul turismo con il cavallo, poi sviluppare indicatori e modelli di analisi per studiare il viaggio sostenibile e il turismo slow. È questo l’obiettivo del primo Osservatorio nazionale del turismo con il cavallo, che vuole diventare il punto di riferimento per un asset che abbraccia diversi settori.
Dal turismo lento alle fattorie didattiche, senza tralasciare la terapia assistita con animali fino ad arrivare alla formazione di operatori qualificati, coinvolgendo l’ospitalità all’equitazione sportiva e ricreativa. Perché il cavallo non è soltanto un mezzo per esplorare itinerari alternativi; diventa un importante alleato per la valorizzazione del territorio rurale, la tutela delle tradizioni locali e lo sviluppo di nuove economie.
I numeri del settore
Il turismo equestre rappresenta un asset in crescita a livello globale. Per meglio comprendere il settore conviene conoscere alcuni aspetti che evidenziano il potenziale economico del turismo con il cavallo. A confermare questa tendenza è la ricerca “Il mondo del cavallo” realizzata da Nomisma su un campione rappresentativo della popolazione italiana (18-65 anni). «Cresce l’interesse degli italiani – si legge nella ricerca – verso il turismo equestre. Sono 1.375 le strutture che permettono di avvicinarsi al mondo dei cavalli, 21mila gli equituristi e 7mila i chilometri di ippovie certificate nel nostro Paese».

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Negli ultimi 12 mesi, inoltre, il 9% della popolazione ha fatto passeggiate a cavallo (+2% rispetto al 2018), con un crescente interesse per questo tipo di attività. Oltre il 70% degli intervistati vorrebbe organizzare un’escursione o una vacanza a cavallo nei prossimi 2 o 3 anni. Le destinazioni preferite sono principalmente boschi (20%) e colline (16%) in grado di offrire scenari naturali ideali per queste esperienze. Il turismo equestre rappresenta un incentivo per il turismo tradizionale – con il 37% degli intervistati che ha visitato le città o usufruito di altri servizi nel territorio in cui ha svolto attività a cavallo – ma anche per il settore enogastronomico, che vede il 61% del campione scegliere, almeno una volta, un’altra esperienza di degustazione vino/cibo. L’interesse per l’equiturismo è particolarmente forte tra i più giovani, che vedono in queste attività un’opportunità per avvicinarsi alla natura e vivere avventure all’aria aperta.
«Tra coloro che sono già appassionati di mondo equestre, inoltre, si registra una crescita del +2% tra chi ha scelto di fare una passeggiata a cavallo almeno una volta nell’ultimo anno (92% contro il 90% del 2018). Il 54% di loro svolge le escursioni nella provincia di residenza o nella propria Regione, mentre il 20% ha viaggiato per raggiunger altre destinazioni nazionali o internazionali da scoprire dall’alto di una sella», si legge nel report. A spiegare le particolarità distintive dell’Osservatorio è Maurizio Rosellini, presidente di Final Furlong, rete di imprese che realizza iniziative ed eventi rivolti all’universo ippico ed equestre.

Maurizio Rosellini
Che ruolo assume l’Osservatorio nel contesto socioeconomico italiano?
L’Osservatorio si propone come punto di riferimento per un comparto che abbraccia molteplici ambiti: dal turismo lento, alle fattorie didattiche, dalla terapia assistita con animali, alla formazione di operatori qualificati, dall’ospitalità all’equitazione sportiva e ricreativa. Il cavallo, infatti, non è solo un mezzo per esplorare itinerari alternativi e meno battuti della penisola italiana, ma anche un importante alleato per la valorizzazione del territorio rurale, la tutela delle tradizioni locali e lo sviluppo di nuove economie. L’Osservatorio Nazionale del Turismo con il Cavallo nasce con una serie di obiettivi chiave: creare reti di studio e scambio culturale tra ricercatori, università, centri di ricerca e imprese, per condividere dati e approfondimenti sul turismo con il cavallo; sviluppare indicatori e modelli di analisi per studiare il viaggio sostenibile e il turismo slow; promuovere la ricognizione di buone pratiche di mobilità e turismo equestre, coinvolgendo le comunità locali; monitorare e valutare flussi, politiche e strategie di mobilità turistica con il cavallo, sia in contesti rurali che urbani; identificare tendenze di sviluppo turistico futuro, per una crescita equilibrata e sostenibile.
Come dovrebbe essere valorizzata l’ippoterapia?
Che l’atto del cavalcare e la vicinanza con il cavallo avessero una serie di effetti benefici sulla mente dell’uomo era già noto fin dai tempi dello storico, filosofo e politico ateniese Senofonte, che sosteneva che «il cavallo è un buon maestro non soltanto per il corpo, ma anche per lo spirito e il cuore». Detto ciò, occorre distinguere i benefici che le attività con i cavalli determinano sulle persone fragili o anche sulla crescita e lo sviluppo psicopedagogico di bambini ed adolescenti e gli interventi assistiti che sono un vero e proprio atto terapeutico. In questo senso gli interventi assistiti richiedono una equipe di medici, psicologi ed ovviamente istruttori equestri e come tutto gli atti terapeutici hanno tempi di durata determinati. Insomma, attività con i cavalli ed interventi assistiti possono essere tra loro integrate e le prime hanno possibilità di applicazione anche a persone anziane. A fronte di tutto questo quadro ritengo fondamentale creare momenti di approfondimento tra operatori del settore, al fine di individuare un percorso comune e condiviso da promuovere nelle sedi opportune: istituzioni, associazioni, unità socio sanitarie, centri di riferimento, le linee guida nazionali per gli interventi assistiti con animali».
Il turismo equestre è un comparto in crescita, sebbene sia poco strutturato a livello normativo ed economico. Quali sono gli interventi da realizzare nel futuro?
Per pensare a un prodotto turistico nazionale, la lista degli interventi potrebbe essere smisurata, soprattutto in considerazione del fatto che non tutte le regioni si muovono con lo stesso passo o nella stessa direzione. Un fenomeno che vale per tutti i segmenti dell’offerta turistica, ma che la peculiarità dei viaggiatori con il cavallo rende ancora più evidente: ci sono temi di sicurezza, di uniformità di regole e strumenti per agevolare l’acquisto di cavalli ad uso turistico, confinando la gestione nell’alveo dell’allevamento come attività residuale dell’azienda agricola, una scarsa integrazione tra strutture ricettive dell’ospitalità e servizi equestri. In altre parole, l’Italia continua a ritenere di poter competere solo con due prodotti turistici: mare e città d’arte. Peccato che il primo sia diventato estremamente competitivo, oltre ad essere stagionale per definizione, e il secondo produca overtourism. I flussi si concentrano d’estate e – comunque – in porzioni ridottissime del territorio nazionale: l’equiturismo, nel più ampio contesto del turismo rurale sostenibile, dovrebbe essere considerato come il terzo pilastro dell’offerta nazionale.

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Come valorizzare il potenziale del turismo, dell’economia e della sostenibilità territoriale?
La sfida è esattamente questa: concepire la sostenibilità come elemento chiave della competitività. Le domande evolute dei mercati, soprattutto dopo l’emergenza Covid, spingono nella direzione di proposte “a emozione aggiunta”, immersive, autentiche, a contatto e in relazione con le comunità locali. Si tratta di una sfida epocale, che le destinazioni possono affrontare soltanto a patto di investire nel paradigma della “lentezza”: per sottrarsi al “mordi e fuggi” (ovvero ai modelli novecenteschi del turismo di massa), con ridotta permanenza media e ridotta capacità di spesa, è necessario fare leva sulla dimensione del tempo. Rallentare significa scoprire, lasciarsi sorprendere, aumentare l’esperienza e vivere come cittadini temporanei, in sintonia con luoghi, paesaggi, persone, tradizioni, culture, riti, produzioni locali, sapori tipici ovvero entrare nel cuore della comunità e vivere il tempo del viaggio e del soggiorno da protagonisti.
In che modo può valorizzare la conoscenza dei luoghi il turismo slow?
“Slow” significa appunto riconciliare i tempi del viaggio con i tempi della comunità locale, senza antagonismi e senza prevaricazioni, a tutto vantaggio dell’incontro, della conoscenza, del confronto e della valorizzazione delle differenze. In altre parole, restituire il senso e il valore del viaggio ad ogni movimento oltre i confini di casa propria, per condividere le migliori espressioni di benessere di convivialità con “l’altro”, il “forestiero”, “lo straniero”, che è uscito dalla sua comfort zone con l’auspicio di essere accolto e ospitato. Essere “slow”, di conseguenza, per le destinazioni è soprattutto una palestra di cultura dell’ospitalità.
L’Osservatorio vuole proporre nuove opportunità in ambito turistico, sanitario, pedagogico, sportivo. Perché proprio questi settori economici?
Sono tutti settori che hanno strette connessioni con il benessere delle persone, degli animali e dei luoghi. Hanno a che fare con “l’aver cura”. Cosa c’è di più sostenibile, nelle tre dimensioni della sostenibilità – ambientale, economica e sociale – del prendersi cura degli altri, a partire dai più fragili, dei paesaggi straordinari che ancora mostrano l’incredibile agrobiodiversità dell’Italia e l’operosa mano dei nostri antenati, e della natura?
L’Osservatorio intende approfondire queste dimensioni con lo sguardo volto agli italiani di domani, iniziando da quelli più giovani e qualificati che Istat in questi giorni certifica rivolgersi sempre più a Paesi stranieri per disegnare il proprio futuro. E quindi indaga le dimensioni socioeconomiche più funzionali a proiettare nei mercati le peculiarità del “Bel Paese”, che non sono delocalizzabili e possono ancora esprimere un elevato valore aggiunto, soprattutto se potrà essere trovata una sintesi fertile tra mondo della ricerca, mondo delle imprese e terzo settore, che l’Osservatorio intende riunire a beneficio di modelli di sviluppo innovativi e orientati alla qualità.
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